I nostri perché

14 giugno 2014 alle 15:11

Kiko è entrato nella fase dei perchè, e anche io, solo che i nostri perchè sono molto diversi. ascoltare i suoi è quasi sempre bello, e rassicurante, e terreno, perchè i suoi sono perchè semplici e puri, indipendenti da tutto e da tutti, i perchè innocenti dei bambini. le risposte che richiedono, però, sono spesso complesse come quelle dei miei.

G: vieni kiko, guarda, c’è lì Potter, aspetta che lo facciamo giocare con un rametto
K: perchè lo facciamo giocare con un (r)ametto?
G: perchè ai gatti piace giocare
K: e perchè ai gatti piace giocare?
G: perchè sono fatti così, è la loro natura…
K: perchè è la loro natura?
G: perchè la natura ha deciso che quando i gatti vedono qualcosa che si muove impazziscono, devono prenderla, sono cacciatori
K: e perchè sono cacciatori?
G: perchè…perchè è nel loro DNA, cioè no, dimentica la cosa del DNA, perchè… nascono proprio fatti così, che devono andare a caccia delle cose più piccole, tipo gli uccellini, le lucertole, gli insetti…capito? come i leoni, le tigri, le pantere, sai i FELINI che ti ho speigato ieri?
K: sì, i filini…..
G: ecco, come i felini
K: ma perchè fanno come i filini?
G:…..perchè…perchè sono felini anche loro! comunque insomma, nascono che la roba che si muove la vogliono arraffare
K: e perchè…perchè NASCONO?
G:……………..
G: come perchè nascono…nascono come sei nato tu!
K: sì io sono nato
G: lo sai che sei nato?
K: sì!
G. ooooh. e allora vedi, anche i gatti nascono a un certo punto, solo che loro nascono da una mamma gatto
K: e… e perchè loro da una mamma gatto?
G: ma come perchè! i bambini come te nascono da una mamma come la tua, i gattini da una mamma gatto! i cani da una mamma cane! tu non sei mica nato da una mamma gatto no?
K: io no!!!
G: infatti. e così loro non sono nati dalla tua mamma. la loro mamma è come loro solo più grossa
K: e perchè più grossa?
G: perchè è più vecchia, è cresciuta. anche tu quando crescerai diventerai grande come il nonno
K: e perchè crescerò?
G: e che cazz…cioè no, scusa, crescerai perchè la natura vuole così, si nasce piccoli e poi si cresce e si diventa grandi
K: e…perchè la natura vuole che diventiamo grandi?
G:………….NON LO SOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
K:…………………

pausa silenzio reciproco di due minuti in cui io spelo margherite a tutto andare come se avessi una malattia mentale e lui fissa Potter immobile, come in stand by.

poi mi guarda e mi chiede:
K: e tu non li fai i gattini, gaia?

gaia

Per terra

12 giugno 2014 alle 22:23

L’ennesimo giorno color ciano, che sa un po’ di erba tagliata e un po’ di niente.
mi ricordo la più bella giornata di sole di un mese fa, era una domenica ed io ero in casa da sola. amo stare in casa da sola. intendo sola sola, senza nessuno neppure agli altri piani. le governanti …. boh, dov’erano non lo so. ma non c’erano, e questo era già di per sè favoloso. non si può capire cosa significa non essere soli MAI. voglio dire, io in effetti riesco a stare sola sempre, perchè la casa è talmente grande che posso passare giorni senza incontrare nessuno, se non voglio. ma non è la stessa cosa. ad esempio non posso girare nuda (non che sia un mio desiderio, sto ragionando in termini di possibilità), non posso gridare come una pazza (chi non lo fa in casa propria?), non posso ballare dirty dancing con un ritardo di circa quindici anni facendo fare Patrick Swayze a un manico di scopa. non posso farmi una maschera all’argilla e nel frattempo salire a fare la spesa nella dispensa di mia madre, contemporaneamente. non posso ammazzarmi di alcol per il solo gusto di smaltire la sbronza trascinandomi su è giù per gli scaloni, dormendo sui mille divani, tappeti, o dove capita, come succede ai single di new york (ho i miei incrollabili clichè a cui sono tanto affezionata, cosa volete).
insomma. parlavo della splendida domenica di sole, sola. stavo in giardino, per una volta senza la maria che taglia l’erba (vi piace come suona questa frase?), la anna che annaffia le piante, mia mamma che spinge kiko sull’altalena, mia sorella che vomita (ah, è incinta di nuovo :)) e mio cognato che mi lancia epiteti blasfemi. intorno a me c’erano tutti, ma proprio tutti i miei animali. 4 gatti e un cane. tutto un frullio di movimento, leccatine, spaparanzate al sole, rotolamenti di felicità intorno al loro capobranco, cioè io. mi sono sdraiata per terra, in un punto insdraiabile (lo so, non si dice, ma rende). più precisamente ero per metà sul vialetto di pietre e per metà sull’erba, in discesa e in curva. zona di super passaggio, in genere. credo sia proprio per quello che l’ho scelta. mi sono messa lì, con la testa riparata da un po’ di rampicanti e gelsomino, su un fianco. e sono stata ad osservare il mondo nel sole, dalla prospettiva piattissima di un lenzuolo per terra. girato a 90 gradi. la prima cosa che ho notato è quanto fortemente si percepisca la gravità in quella posizione. molto più che quando si è in piedi. credo che avere la testa così lontana dal suolo ci abbia fatto in un certo senso dimenticare a cosa apparteniamo, e portato a guardare troppo spesso il cielo e troppo raramente in basso, che è dove dovremmo stare. avevo la sensazione di essere appiccicata al pianeta e che non sarei riuscita a staccarmi neppure volendo, nemmeno col massimo sforzo. ed era bellissimo, come un abbraccio che non ti molla più. la seconda cosa che ricordo era tutto un universo volante nel sole. pollini, polveri, insettini, bestioline, soffioni, semi, pulviscoli, briciole. tutto per aria, sospeso ed in movimento veloce e nello stesso tempo lento. è incredibile quanta vita ci sia in quello che ci sembra vuoto quando siamo in piedi. ogni tanto passava un’ ape a millemila km orari, segando a metà il mio campo visivo per poi sparire. una cosa che rapportata in proporzione alla velocità umana ci farebbe impallidire. poi arrivavano le vespe ciondolanti, lente lente e sballonzolanti, come se fossero in preda ad una perenne turbolenza che provocava pericolosi atterraggi sui fiori. e poi i moscerini e tante altre cose microscopiche che il sole e la mia posizione mettevano in risalto. tutta una danza circocentrica di piccolissimi, infinitesimali, importantissimi impegni, che se qualcuno di voi ancora non lo sa, senza gli insetti non esiseterebbe il genere umano.

mi sono addormentata … solo 20 minuti, e per la prima volta non ho fatto brutti sogni.
quando mi sono svegliata, otto, potter, mio, iaki e la mimì dormivano ancora.

gaia

4/4 di emozioni

9 giugno 2014 alle 13:47

Ho bisogno dello scossone definitivo, mi sono detta. e me lo sono dato.
ho osato fare un salto al 4/4 sabato sera, con andrea. il 4/4 è una specie di maratona musicale bresciana che vede alternarsi una miriade di gruppi dell’hinterland dalle 14 a mezzanotte. ogni gruppo fa un pezzo solo, cosa che è l’incubo di ogni band.
un pezzo solo significa che 1/3 della sua introduzione e 1/3 del suo finale non verranno recepiti dal pubblico. io so che è così, perchè conosco le dinamiche umane dell’attenzione, della concentrazione e dell’ambientazione, intesa come necessità dell’occhio di abituarsi prima a quello che vede e dopo a quello che sente, con un ritardo breve ma sufficiente a distruggere il tuo pezzo. questo, ad eccezione degli acustici o dei pezzi lunghissimi. e nemmeno di tutti.

il palco viene montato in una piccola arena all’interno di un parco. non è male, anzi, è un discreto palco considerati i palchi che si vedono in giro, ma la dimensione dell’arena è atroce. per me, intendo. io sono o da spazi immensi o da spazi minuscoli. la via di mezzo, quella in cui riesci ancora a distinguere la faccia del tuo dirimpettaio dai gradini ma in cui se gridi MAURIZIO non vieni sentito neppure se sputi le tonsille, mi annienta. specie se fai un pezzo solo. il perchè è semplice: non riesco a decidere quale attitudine avere. l’esaltazione massima con passo saltellato (alla freddie mercury… ;P) è accettabile solo nel grande/grandissimo. così anche il muoversi e il far vedere che si crede tantissimo, troppissimo, cinquanta!, in quello che si fa. per muoversi intendo muoversi però, non camminare in cerchio sul posto come un mulo alla corda come la maggior parte di quelli che ho visto faceva.
l’opposto dell’esaltazione è l’intimità. spesso io preferisco la seconda, perchè mi esalta quasi di più (in acustico), ma soprattutto perchè posso costruire un rapporto con il pubblico fatto anche di qualche parola, di ironia, di espressioni, di sfanculamenti simpatici al mio chitarrista e altre amenità (come auto-prese per il culo a inizio pezzo, in cui sono una specialista). lì in genere ti ascoltano, cazzo se ti ascoltano. e a me piace stare seduta insieme ai miei musicisti, perchè è come una seduta spiritica in cui si evoca qualcosa che l’occhio non vede.

le vie di mezzo come il 4/4…oddio. giuro che non so come le affronterei. se ti esalti sei sfigata, chi cazzo se ne frega? sembri una pazza fatta di canne e birra annacquata che non si rende conto di dove sta. se stai troppo sotto tono – e non sei in acustico – non vieni minimamente capita. ti prendono per una che ha fatto la X col gesso sul pavimento e si è detta “non uscire da qui, perchè QUI (e solo qui) è la tua comfort zone”. quindi? come ogni ragionamento che inizio senza pensare, mi accorgo adesso che il problema non si pone. avrei suonato in acustico e fanculo. in acustico hai il diritto di essere intimo, e anche se gli spettatori nell’arena-via-di-mezzo non ti capiranno appieno, perchè saranno connessi con te solo parzialmente, ti capiranno almeno un po’.
e non è poco, visto che io dei gruppi che si sono avvicendati ne avrò capiti sì e no quattro.

comunque…non sono certo andata là per suonare. e quando mai? -.-
sono andata là perchè avevo bisogno di vedere che effetto mi avrebbe fatto stare di nuovo in quel tipo di ambiente, con quell’atmosfera e quelle persone così diverse da quelle che ho frequentato ultimamente per (la ricerca di) lavoro.
cazzo, è stato triste e bello insieme. ho provato tutto ed il contrario di tutto, mentre me ne stavo sulla cima delle gradinate, con andrea che non ascoltava nemmeno uno dei discorsi che gli facevo, forse perchè li stavo facendo più a me stessa che a lui.

ho provato voglia di scappare, tantissima. rifiuto, nausea, sensazione di essere nel posto sbagliato, un posto che mi rendeva peggiore. ho provato il desiderio di fuggire a gambe levate buttandomi da dietro senza fare nemmeno i gradini, correre fuori dalle cancellate del parco e respirare aria pulita, perchè lì soffocavo di un’aria che avevo respirato tante volte e che tante volte mi aveva avvelenato. ho provato voglia di tornare nel mio rifiugio di persona colta, intelligente, per bene (parolacce e carattere a parte), laureata, masterizzata, capace di usare benissimo la testa, il pensiero e la forma, una persona che può entrare dentro la Lowe Pirella vestita da colloquio e sembrare assolutamente fatta per lavorare lì anche se apre bocca. ho provato anche odio, rabbia, cattiveria. l’ho provata nel veder suonare tutti quei gruppi, tutte quelle persone. ho odiato il loro essere ancora lì e il mio aver deciso che non volevo esserci più. ho odiato l’idea che il mio cuore è così pieno di sensibilità, emozioni, arte e cose da dire che sarei stata di sicuro tra quelli che più meritavano di essere lì. e non perchè il 4/4 sia un palco prestigioso, anzi… (con tutto il rispetto, è incredibilmente democratico…quasi comunista direi ;)) … ma perchè io ero l’artefice della mia assenza, lì come altrove, ed è difficile ricordarsi quanto sia dipeso dalla tua stanchezza giustificata e quanto dalla tua assenza di tenacia.
lo confesso: ad ogni gruppo, a prescindere da come suonava, ho gridato BUFFONI. scherzo, non l’ho gridato. l’ho detto a voce bassa, ma il gesto della mano tesa in avanti l’ho fatto sempre. così, come rito catartico.
ha funzionato?
no.

ma non ho provato solo cose orribili, come sensazioni di vecchiaia e di morte, uccelli che cadono dal cielo in laghi di sangue e pozzi neri pieni di membra umane in decomposizione (vado avanti?).
ho provato anche cose belle. sensazioni stupende che avevo dimenticato. l’adrenalina della musica a tutto volume in uno spazio aperto. il pensiero della gente lì per ascoltare te. la confusione, l’imperfezione umana e la passione dei musicisti. il loro modo di vestirsi, di camminare, di mescolarsi agli altri. un mondo completamente diverso da quello descritto qui sopra, un mondo più rovinoso, sporco, per certi versi vicino più alla terra che al cielo, meno perfetto nei suoi meccanismi ma tremendamente affascinante. un mondo pieno di istinto, di cuore, pienissimo di sbagli ma anche di enorme coraggio. un mondo colmo di frustrazione, di fatica, di difetti, fatto da gente che ti giudica sempre e spietatamente ma che a sua volta accetta di essere giudicata spietatamente, e che nel gioco al massacro dell’arte soffre e fa soffrire in misura uguale.
mi manca. mi manca terribilmente.

cercavo una scossa, e me la sono data.
ho abbracciato maurizio (basso), il phisi (ingegneria) e nicola (chitarra), e mentre quest’ultimo mi diceva che non mi serve a un cazzo provare, prendo il microfono e li stendo tutti uguale, andrea dall’altro lato mi diceva che se non provo quattromila volte peggio per me, farò una di quelle figure di merda che verrà persino il sindaco a chiedermi di farla finita.

io, in mezzo a loro due, avevo un sorriso grande come una casa, davo ragione a entrambi, e pensavo che come sempre canterò non tantissimo ma almeno un po’.

gaia

Cerco, ma non lo trovo

4 giugno 2014 alle 10:38

Cerco un centro di gravità permanente da una vita, e non lo trovo.
tutti ne hanno uno. oppure fingono.
io no.
il mio centro di gravità permanente si sposta veloce come una stella cadente. solo la luce potrebbe afferrarlo. io non sono la luce.
sono un essere umano, anche se a volte mi impongo di pensare di essere qualcosa di più. che so, un ibrido alieno. una fata decaduta. un morto vivente*. qualunque cosa, ma non un essere umano. di quelli ce ne sono miliardi. essere una tra miliardi mi atterrisce.
sono un essere umano senza un centro di gravità permanente. anzi, senza un centro di gravità proprio. mai.
sono polifemo, scilla, cariddi, godzilla, king kong, l’uomo tigre e freddie krueger. ho tanta energia che spacco le montagne con un grido e non mi riposo mai. ma sono anche cappuccetto rosso, rain man, forrest gump, uno dei topini di cenerentola e anche willy il coyote a cui non riesce mai una bomba che scoppi lontano da sè. sono fragile, piccolissima, tenera come la carne di un neonato che abbrustolisce subito. piango tantissimo, di una sensibilità che mi annienta. e sono sola.
sono sola nelle mie convinzioni, nelle mie idee, nelle mie battaglie. sono sola dentro il mio carattere e in questo corpo. sono sola come lo siamo tutti, eppure infinitamente di più.

nemmeno una stella nell’universo infinito è sola così. io sono sola di un “non ne vedo un’altra, o un altro, come me”. le stelle invece sono miliardi. ma forse neppure loro si vedono a vincenda. forse è davvero soltanto un fatto di distanza.
mi manca non andare a letto da sola. mi manca quell’abbraccio forte che ti arriva da dietro sul cuscino e che ti dice cose bellissime per farti dormire (o l’esatto contrario). mi manca vedere quell’abbraccio arrivare in mutande dal bagno, e ricordargli che deve lavarsi le mani. mi manca una voce che grida il mio nome alle 3 di notte per far sentire ai vicini quanto forte mi vuole sposare. mi manca avere qualcuno a casa da cui tornare, ma qualcuno che io abbia voglia di vedere. mi manca non sentirmi come un eroe dei fumetti, che una volta finito il suo sporco lavoro deve scomparire in un castello, o in un garage, o nello scantinato passando attraverso l’ascensore (paperinik).
chi pensa che io sia solo una stronza, un caratteraccio, una decisionista, una tosta, si sbaglia. sono una stronza, un caratteraccio, una decisionista, una tosta, ma anche tutto il contrario.
ci sono sere in cui sono soltanto questo contrario.
in cui sono molle come lo stracchino lasciato fuori dal frigo.
in cui sono solo una donna.

franco zeffirelli scriveva di anna magnani:
Era l’incapacità di realizzarsi come donna nella vita che le dava questo assatanamento, e che le permetteva perciò di realizzarsi su un altro piano. E infatti lei ha cercato di prendere le sue vendette nel lavoro. E c’è riuscita. Ma ha pagato tutto questo duramente. Il lavoro le ha sottratto la vita. Anna poi era una donna fragile, debole, piena di dubbi e di incertezze. Avrebbe avuto bisogno di un uomo che si imponesse e la sottomettesse. Ma lei era anche, ormai, Anna Magnani e come si fa a imporsi ad un personaggio del genere? Insomma era due donne diverse e gli uomini di fronte a questo enigma, a questo Giano bifronte sbarellano, non reggono. In fondo il dramma di tutta la vita di Anna sta proprio lì. La cosa più vera, più sincera, più commovente, Anna me la disse tre anni fa in una delle sue tante confessioni notturne, mi disse: «Io sono una stronza, io dovevo nascere contadina nell’agro romano, fare tredici figli, sì, scodellare figli a mio marito e ogni volta che aprivo bocca quello mi riempiva la faccia di schiaffi. Questo era il personaggio mio, per essere vera con la mia natura. E dovevo far così. Invece mi son messa a far l’attrice, sono diventata Anna Magnani e sono stata un’infelice per sempre».

io avrei tanto voluto parlarle anche solo per 10 minuti.
e dirle, anche io mi sento così. come faccio a non fare la tua stessa fine (magari senza neppure il tuo successo)?

oggi in autostrada pensavo ad una cosa buffa, e terribile insieme:

l’orgoglio smisurato è la mia più grande fortuna, perchè mi difende dalla vita.
l’orgoglio smisurato è la mia più grande condanna, perchè mi difende dalla vita.

gaia

* cornone

Crisi

24 maggio 2014 alle 12:55

Crisi. non ho mai sentito questa parola così dentro di me.
crisi interiore, emotiva, logistica. crisi senza sbocco, di quelle senza soluzione, o che si risolveranno quando tu sarai già morta da un pezzo. buffo, essendo una crisi che è dentro di te. forse quando mi avranno mangiato i vermi, lasciando solo poche ossa pelose e polverose, la mia crisi si risolverà. là in fondo, nella terra umida e bagnata, lontano dallo sguardo di chiunque, soprattutto dal mio. diventerà un profondo e profumato respiro e svanirà con uno sbuffo d’aria in superficie. come un geyser, o un soffione. e io non lo saprò, perchè la mia crisi andrà oltre la mia anima, come un parassita che impara a cavarsela da solo.

crisi tremenda quella di questo 2014, cominciata proprio col primo di gennaio. sono arrivata qui facendo le mie mosse, su un gigantesco tabellone da gioco che ormai conosco a memoria. mosse che in gran parte rifarei, ma anche mosse che mi hanno ingannato, facendo luccicare tappini e forcine di latta come se fossero oro. ho fatto cose giuste e cose sbagliate. mi sono mossa tanto. eppure ora mi ritrovo esattamente nel punto da cui ero partita.
è un circolo vizioso. occorre cambiare gioco, uscire dal tabellone. ma non me lo lasciano fare. sono prigioniera di questo livello del videogame da anni. e sto impazzendo. sono talmente incazzata con il mondo che ho perso di vista il mio lato umano. riemerge solo quando ho kiko accanto, e se ne va con i suoi capelli biondi che si allontanano al sole. quando questo mio minuscolo tramonto finisce, resto di nuovo io, sola. figura pensosa in ombra, spesso sotto un albero, con lo sguardo basso che conta le margherite, le fragoline di bosco, le formiche. senza vederle.

crisi drammatica, di quelle teatrali. non so nemmeno io quanti pugni ho tirato alle cose negli ultimi mesi. roba che dovrei avere le nocche maciullate di un lupo di mare. spacco proprio fisicamente quello che mi capita a tiro. il volante. i pacchi del corriere. la cancelleria sulla mia disordinata scrivania del cazzo. i muri, i divani. sento la rabbia che mi ingoia e sempre meno mi riesce di gestirla, di controllarla. e non per pazzia, anzi. piuttosto per spietata lucidità. perchè vedo “tutto” e lo capisco, e questo tutto mi annienta. perchè è troppo, tanto, esteso, veloce, e vederlo con un solo colpo d’occhio è come fissare il sole. ti lascia un buco negli occhi che non si rimargina più.

la mia crisi ha toccato i massimi livelli, non penso che ne uscirò. mi mangia da dentro come se fossi una mela e lei un verme merdoso che fagocita le mie parti migliori e subito dopo se le caga addosso senza ritegno. meritavo questo? con tutti i talenti che ho, con la mia sensibilità eccezionale? meritavo un’esistenza tanto dura, emotivamente disastrata da qualcosa a cui non so nemmeno dare un nome e che spesso non riesco a spiegare alla gente, col risultato che sembro una viziata, di quelle che hanno tutto e avendo tutto non si godono niente?

crisi agghiacciante, giuro. con cui dormo da mesi. che mi violenta di notte in mezzo alle lenzuola tenendomi la bocca tappata in modo che nessuno senta i miei lamenti.
se qualcosa non cambia, la dovrò seguire, fino in fondo alla sua tana.
e marcire là per sempre, con lei come carceriera, che mi nutrirà a pane e calci in culo come se non ci fosse un domani. e magari sarò così cretina che cadrò vittima della sindrome di stoccolma, e finirò per pensare che lei è l’unica che davvero tiene a me.

forse me ne sono già innamorata.

gaia

Castle Geyser eruption steam Upper Geyser Basin cone geyser Old Faithfull Yellowstone

Quello che mi tocca

22 maggio 2014 alle 20:01

E’ sera.

io sono al pc, come sempre, a bollirmi il cervello su duemila progetti che mi stufano subito. dal piano di sopra arrivano grida disperate, come un uluato mostruosamente roco di incazzatura e protesta. è Kiko, che non vuole scendere in giardino con i nonni per un giretto tra le lucciole (che non ci sono più). chissà cosa starà facendo di tanto importante, mi chiedo. di solito adora stare in giardino. da grande secondo me farà il veterinario, o il giardiniere. o il botanico, o lo scienziato di cose della natura, che sono cose sempre belle. adora potare le piante, in un modo tutto suo che non risparmia nemmeno un fiore ma in compenso lascia tutte le erbacce. gira con la sua mini carriola di plastica colorata, in cui spesso infiliamo “i tesori del giardino”. gli insegno ad avere rispetto e cura di ogni minuscola creatura vivente, anche dei moscerini. o delle margherite. “perchè le stacchi?”, gli dico. “guarda che anche le margherite vivono. e soffrono…”. gliene lascio portare qualcuna solo alla nonna (mia mamma), e quindi anche al nonno, perchè kiko è già ossessionato dalla par condicio dell’affetto e se fa un regalo a una persona lo deve fare a tutti quelli a cui vuole bene. gli ho insegnato come si staccano gli aghetti dalla pianta del rosmarino per profumarsi le mani. lui provava a spezzare un ramo, ma il rosmarino è una pianta fortissima, spezzare un ramo tirando è difficilissimo anche per un adulto. e poi perchè lo devi spezzare, gli dico. guarda che anche il rosmarino vive. e quindi? …
….”soffre”, risponde lui preoccupato. bravo amore di zia, impari subito tu. ma vedi, gli aghetti si levano così. e non troppi, solo se ti servono. ad esempio per profumarti le mani dopo aver toccato i gatti oppure se stai cucinando qualcosa. tu cucini kiko?
“io no…”, fa lui come se fosse una colpa. tesoro mio bellissimo, biondo, amorpuffi meraviglioso. giochiamo anche con la canna dell’acqua. io apro il getto a tutta manetta e glielo faccio passare sopra, sotto, intorno a cerchio, a serpentina, a elettrocardiogramma, velocissima, a pochi mm dal suo naso. e lui muore dal ridere. mia mamma di meno. lei deve stare per natura a petulare dal fondo del prato mentre fa degli innesti che nemmeno Mendel quando studiava i piselli. “non me lo bagnaaaaaaare, come sono staaaaaaaanca, sono gli unici pantaloni che ha quiiiiiiiiiiiiii, faccio la vita che facevo a 30 anni 40 anni dopooooooo” etc, ma lei è fatta così, e la amo anche per questo. alla fine ovviamente kiko lo bagno come se non ci fosse un domani, anche se è reduce da malattie, tanto si deve fare gli anticorpi. poi tanto dopo lo lascio al sole a seccare come una lucertola con la scusa che se si muove viene giù il sole e fa un buco nel giardino così grosso che ci finiamo dentro tutti, incluso Potter (che è il suo preferito, e non vorrebbe mai e poi mai saperlo in un buco).

ma come sono arrivata qui? mamma mia, il filo del discorso….
ah ecco. kiko piangeva e gridava e non voleva assolutamente andare giù. ho sentito il suo grido noooooononvoiiiiooooooooo spostarsi dalla camera da letto alla sala, poi fare 4 piani di casa in ascensore, oltrepassare la porta blindata, scorrere sotto le mie finestre e alla fine esplodere in tutta la sua potenza in prossimità delle altalene. non voiiiiiiiiiiiiiiiooooooooooooooooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! non vuole, ridevo io fra a me e me mentre pigiavo tasti già con la testa da un’ altra parte. senti come non vuole. e dentro gongolavo perchè, mi dicevo, adesso aspetta che scendo, che appena mi vede gli passa subito e io mi sento come la Madonna. ah, adoro come mi fa sentire Kiko. una specie di apparizione soprannaturale. sì, adesso schiaccio salva con nome e scendo, così faccio vedere a tutti come si fa, e senza nemmeno sforzarsi.

e invece, nonostante sia apparsa da dietro, cosa che di solito gli fa ancora più effetto, sciorinando promesse irrealizzabili di gelati, cioccolate e avventure, Kiko proprio non ne voleva sapere, nemmeno di me. stava in braccio a mia mamma che si dondolava sull’altalena, piangendo come una foca monaca, e ogni volta che l’onda lo portava vicino a me mi dava una sberla dicendo vaiiiiiiviaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!! VAI VIA A ME???? VAI-VIA-A-ME????? vai via non me l’ha mai detto nessuno, sa’!!!! nemmeno omaccioni molto più grandi di te, sa’!!!! vai viaaaaaa????? a meeeeeee????

ok. ho 4 anni, in certe cose. sentirmi dire vai via è una di queste. fa niente se me lo dice un bambino di 2 anni, che capisce sì e no il 3% delle cose che fa. per me un vai via è per sempre. non tornerò mai più.
così gli ho lanciato degli anatemi (per lui) incomprensibili, gli do dato dello stronzo (!), ho girato i tacchi con la promessa di non guardarlo mai più e l’ho mollato lì con i miei a frignare. mi sono seduta sulla sua macchinina a pedali, quella su cui sembro un elefante su un triciclo, con sei metri di gambe raccolte che mi arrivano fino al naso, e con una fatica tremenda mi sono trascinata via dal suo campo visivo, sparendo all’orizzonte dietro l’angolo della porta, decisa a tornarmene su. immagino che da dietro sia stata una scena patetica, visto che ero in salita e per di più sul prato, dove il meccanismo faceva pochissima presa. ci ho messo circa 45 minuti ad andare via e ho lasciato righe profonde come burroni dappertutto, ma giuro che l’ho fatto con una dignità che nemmeno chi viene mollata sull’altare.

e insomma. poi ci ho preso gusto, e ho fatto qualche giro intorno al ciottolato del parcheggio per conto mio. roba che se passava qualcuno di fronte al cancello vedeva sta qua in copricostume con ennemila anni sul groppone, le gambe in bocca e le ciabatte sui pedali di una macchinina di 60 cm, seguita da 2 gatti rossi, uno nero e una boh.
quando ho avuto la sensazione di non averle più, le gambe, sono scesa. e ciondolando mi sono diretta di nuovo verso il giardino. ma proprio così, pensando ai fatti miei. da lontanissimo, dal prato, da dietro un angolo che nemmeno vedevo, sento mia mamma che dice a qualcuno “l’hai mandata via…l’hai mandata via tu!…eh, ma se l’hai mandata via…”
:DDD A quel punto, sempre da lontanissimo, vedo un nanetto biondo bellissimo con gli occhi asciutti ma che si vedeva che avevano pianto tantissimo e due gambotte da mangiarsele a morsi davanti alla tv. cammina tutto triste e silenzioso. poi mi vede. e le sue ciabattine cominciano a pestare velocemente nella mia direzione, senza correre, perchè anche kiko è orgoglioso, ma spinte da una forza misteriosa che non poteva essere nascosta.

“gaia..” …, mi dice tutto serio camminandomi incontro come un soldatino….
“…ho smesso di piangere…”
“..sono qui e ho smesso di piangere…”

nel suo linguaggio era ho tanta voglia di giocare con te, e adesso sono pronto, e spero tanto che sia pronta anche tu, e io l’ho preso in braccio e gli ho stampato un bacio enorme sulla guancia, e gli ho detto che era un amore grandissimo, e lui non piangeva più ma io sì.

gaia

Riflessioni

20 maggio 2014 alle 13:09

Ho un paio di giacche che amo molto, entrambe della stessa marca. Una è una specie di felpa ma morbidissima, con le maniche corte, da portare aperta, tutta piena di buchi con il bordo di metallo (i buchi). Una specie di groviera. La seconda è un giubbino morbido pieno di cerniere, zip e cinghie, come piace a me. La marca non è per tutti, e non intendo per il costo ma perchè occorre saperla portare. Lo stile è eccentrico e street, e per street intendo proprio da in mezzo alla street. I dettagli sono tutto: inserti in metallo, fori, sfilacciamenti, cerniere, cinture, buchi e in generale tanti piccoli particolari che possono far sembrare una persona dallo stile bon-ton come una che è appena stata stuprata o derubata, ma che fanno sembrare una rocker come me una figa che sa il fatto suo. Il fatto è che entrambi questi capi hanno – apposta – l’etichetta ARANCIONE all’esterno, su un lato, in basso. Più precisamente sul fianco destro. Le giacche sono grigie con metalli in acciaio o dorati, quindi l’arancione non solo non c’entra niente, ma spicca. Ora. in 6 mesi almeno 400 persone mi avranno detto “ehi guarda che hai qualcosa attaccato lì..” oppure “ehm…gaia mi sa che ti sei messa la giacca al contrario..”…..e io tutte le volte a spiegare che no, è fatta apposta, tirandola a riprova del fatto che è proprio così, ma a mia volta chiedendomi che cazzo di senso abbia in effetti. OVUNQUE. In ascensore, al supermercato, mentre cammino, dal parrucchiere, mentre mi fanno vedere gli appartamenti in affitto. “Scusa ma..” … “LO SO, HO QUALCOSA QUI. ED è QUI CHE DEVE STARE!”. Ora. Niente avrebbe scalfito di mezza tacca la mia convinzione nell’indossarle, tranne che una cosa. Ieri mi è stato detto a bruciapelo, mentre tiravo in giro per tutta la casa a gran velocità mio nipote sdraiato su un tappeto, fingendo che fosse una pista da corsa, io la macchina e lui il pilota. “Ma… cos’hai attaccato lì……ZIA???”
E’ quando qualcosa risulta strano e fuori posto persino ad un bambino di due anni che non puoi fare a meno di porti delle domande. [ho trovato la foto. ma l’etichetta non si vede]

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Devo

11 maggio 2014 alle 16:13

Devo continuare a cercare e vedere a milano appartamenti pietosi a prezzi esorbitanti, trovare le forze di cominciare l’ennesimo contest dopo averne appena chiusi 4 in una settimana facendomi due occhi così (oltre ad essere andata avanti e indietro dall’A4 per 8 e dico 8 volte in una settimana), uscire per fare la spesa all’auchan col carrello che tira da un lato e senza sapere minimamente cosa cazzo mangia una persona durante la settimana che non sia pasta al pomodoro, carne ai ferri o mozzarella, andare al bancomat, andare da maxizoo a spendere i soliti 60 euro a settimana per 4 gatti che mangiano come piante carnivore del madagascar, schiacciare play su quel mio cazzo di demo per una nuova canzone aperto in garage band da 4 e dico 4 giorni, sistemare scartoffie legali e fiscali, rispondere a due mail bellissime che rimando da settimane per assenza di tempo sentendomi una merda, fotografare i miei vestiti in vendita perchè ho bisogno di soldi per sparire, resistere all’ansia dei risultati di due concorsi creativi in uscita in cui credo tantissimo e che devo vincere (entrambi) per tirare il fiato, continuare la catalogazione delle agenzie pubblicitarie di milano nell’ottica di mandare c.v. (ho iniziato ieri, e piu catalogo piu mi dico: ma che cazzo lo faccio a fare??? non mi prendereanno mai, e anche se mi prendessero mi pagheranno una miseria, ma soprattutto i loro lavori sono robacce tipo il packaging del salame del contadino sticazzi e altre povertà…cosa ci faccio io lì dentro, io sono un’esplosione di idee che necessita di cimentarsi su progetti diversi, tanti, soffocanti e stimolanti, ma non saprei manco come e dove, e il primo che mi dice che oggi bisogna prendere il primo lavoro che passa O ANDARE IN AFRICA, come dice quel poveraccio di briatore, lo sbrano con tutti i denti che ho) … lo xanax, il caffè, la corsa sul tapirulant non mi bastano più. sento che sto esplodendo. vorrei un caldo abbraccio da parte di un’onnipotente figura che mi stringa forte e mi sussurri “ci penso io, da domani è tutto risolto…ora dormi…”

gaia

tipo:
“ci penso io, da domani è tutto risolto…ora dormi…”
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9 maggio 2014 alle 17:31

contrasti

Verità

8 maggio 2014 alle 13:26

Una cosa ho sentito dire da qualcuno, da qualche parte, una qualche volta.
E cioè che Un Tale – di cui non ricordo nemmeno il nome – ottenne un consenso enorme nel mondo proprio per la globalità delle sue imperfezioni.
Ho pensato che fosse un pensiero intelligentissimo, acuto, rassicurante, e anche maledettamente vero.

gaia