Una contrazione
4 febbraio 2009 alle 6:59 pm | Commenti disabilitati
La sensazione di inadeguatezza quando si comincia a fare questo “mestiere” è qualcosa di inevitabile.
è un pugnale continuo. la lametta con cui una ragazzina autolesionista si ferisce la pelle, le caviglie ed i polsi. è un “sentirsi” che accomuna chiunque, tutti gli artisti, nessuno escluso, e di questo sono assolutamente convinta, perchè ho letto abbastanza storie e sentito abbastanza racconti per averne le prove. quando si comincia è dura avere fiducia. in se stessi, in quello che si è, in quello che si fa. in come ci si pone, in cosa si ha da dire e come lo si dice. in tutto, in ogni aspetto interiore ed esteriore della propria persona. si può mascherare, razionalizzare, nascondere, sdrammatizzare. ci sono caratteri più resistenti ed altri più sensibili, ma quando uno si sente e sceglie di essere un artista è sempre perchè ha un buco da riempire. e va da sè che questo buco causa problemi. non può accadere che la stessa sofferenza che genera la creatività non si avverta. sono due cose legate a filo doppio. e allora ci si dà in pasto a tutta l’infinita serie di difficoltà ed insicurezze dell’inizio con la speranza di passare il punto di rottura, quello oltre il quale c’è il successo, inteso come gratificazione piena e totale. è guardando quel lontano punticino all’orizzonte che uno sopporta il viaggio prima. non voglio fare la pesantona. i momenti belli e divertenti ci sono, è ovvio. è un mestiere bellissimo e regala una giovinezza innaturale che appassisce appena lo si abbandona. ma credetemi, la sensazione di inadeguatezza è il mostro più grande con cui bisogna combattere in questa fase. per tutto. hai solo te su cui contare, solo il tuo punto di vista, a volte accecato, di parte, persino stupido, perchè quando ci sei dentro non sei lucido. non sei ancora nessuno ed in qualunque contesto ti senti in bilico. tra questa sensazione di niente, appunto, ed una realtà che invece ti ricorda a cosa stai puntando. che sia volare in inghilterra per incidere un pezzo, o fare un video, o esibirsi in uno show dal vivo davanti a gente che non conosci. è difficile da spiegare. non sei nessuno, ti senti nessuno, eppure devi essere sufficientemente convinta da fare tutto come se lo fossi. è tutto un fatto di “crederci”. che si, è accettabile per brevi periodi. il tempo di una sera. un giorno. una settimana. ma nel lungo viaggio verso la realizzazione in questo campo impossibile che è la musica, crederci diventa una contrazione lunga una vita.
si fa fatica…non nego che la si fa.
gaia





