I due giochi per non morire

17 febbraio 2009 alle 17:20 | Commenti disabilitati



Se fossi vissuta nel passato sarei voluta essere una di queste cose, in questa successione:
- leonardo da vinci. geniale, futuristico, indimenticabile, vanitoso, esplorativo, eccessivo, statuogenico (termine che non esiste. vuol dire che viene da dio su ogni monumento) e omosessuale.
- un tirannosauro, più per il tiranno che per il sauro
- il primo uomo sulla luna
- ippocrate

Non avrei voluto essere per niente al mondo:
- quel gran sfigato di giacomo leopardi
- l’ultimo animale della catena alimentare (ma sempre meglio di giacomo leopardi)
- edith piaf (non sapete quante sfighe ha avuto quella povera donna)
- un sacrificio dei maya

a volte faccio questo esercizio quando mi viene da urlare e mi sento come un potenziale assassino. comincio dal cosa avrei voluto essere perchè è il tipico esercizio che fa aumentare la rabbia, e finisco col cosa non sarei voluta essere mai, perchè dopo ti fa sentire meglio. una volta un amico mi disse che tenermi costantemente su una montagna russa era l’unico modo per non perdermi, e anche l’unico per non essere sopraffatto per primo. un altro esercizio che faccio è quello del “dove vorrei accasciarmi per sempre”. detta così suona decisamente decadente, lo so. e anche un po’ macabra. è un esercizio che si può fare solo su un mezzo di trasporto, ad esempio in macchina, o in treno, comunque in movimento perchè devi poter vedere centinaia di angoli, scorci e posti nuovi in rapida successione. è un esercizio istintivo che non presuppone alcuna riflessione, ma solo un attento ascolto del proprio cuore, della “prima impressione”. si fa solo metalmente. in pratica tu viaggi e osservi. sicuramente ci saranno posti che cattureranno la tua attenzione più di altri. il gioco consiste nel pensare in un paio di secondi se in quel posto ti sentiresti a casa, se in qualche modo ti ci accasceresti, appunto, anche per rimanere lì per sempre, come se fossi un animale morente. è qualcosa di esplosivo, fatelo. richiede però una massiccia dose di sensbilità. non ha nulla a che fare con la bellezza dei luoghi, e non sono neppure riuscita a trovare un denominatore comune delle cose per cui penso si e quelle per cui penso no. è tutto un insieme di fattori che ad istinto ti dice “qui mi troverei bene. qui mi accascerei”. probabilmente conta la luce, la disposizione delle cose, i ricordi, le esperienze passate, i dettagli, l’orientamento e chissà cos’altro. ad esempio ieri mi sarei accasciata in una lavanderia self service deserta di un paese sperduto alle 22 di sera con le luci al neon e i cestelli che giravano, in una casa diroccata con fuori dei cipressi, fuori dalla rete di una fabbrica di acciaio e in un tabaccaio illuminato, ma non nella villa che porta a desenzano, in più di tre pasticcerie e in una casa rossa con uno strano garage.
questo gioco che faccio da sempre mi porta a credere che quella disciplina orientale, cinese credo, che valuta i luoghi in rapporto alle persone, abbia più di un fondo di verità. la posizione di una casa, i suoi materiali, la sua disposizione, il suo rumore di fondo ma anche tutta una serie di equilibri indefinibili con la natura e l’architettura circostante, possono essere benefici per qualcuno e del tutto deleteri per un altro. peccato che molto di queste misurazioni sfugga alla lettura umana…così tutto, alla fine, si riduce ad “ascoltati”.
questi sono i due giochi che faccio quando mi sento come in questi giorni.
spiaccicata.
non me li ha insegnati nessuno e allenano una parte di sè che non dovrebbe morire mai: l’istinto.

sono strepitosamente intelligente.
spero che questa cosa non urti nessuno.

gaia

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