[scritto ieri notte]
Luogo da cui sto scrivendo il post di stasera: una piastrella sulla scarpata di erba e cardi di fronte al podere nel buio più totale, sotto un cielo nero interrotto da milioni di stelle stellissime. Vicino a me ho una mini pila, di quelle che vanno caricate ogni due minuti con vigorosi giri di rotella e fanno wikiwikiwikiwi. Intorno a me una quantità impressionante di falene, formiche alate, ragni osceni e chissà quale altro incatalogabile insetto. Quantità di off addosso alla mia pelle: vicina al radioattivo. Ammoniaca spruzzata sulle scarpe, rosmarino nelle maniche della felpa (pare che funzioni). Se qualcuno mi facesse una ripresa dall’alto, di quelle aeree, sembrerei un piccolo punto luce azzurro in mezzo al niente, in un posto che farebbe rabbrividire chiunque. Odoro e puzzo e profumo e ho anche una candelina alla citronella, tutte cose che nel medioevo sarebbero bastate a fare di me una strega. Ma io sono coraggiosa. E poi la connessione va solo qui.
Ogni tanto sento qualcosa di peloso che mi sbatte contro le gambe. Sono le farfalle della notte. Non so è peggio sentirle e non vederle o vederle e non sentirle. Devo smetterla di pensarci.
Stasera sono un po’ malinconica. Sul triste andante, sullo sperduto. Piccola gaia sotto un enorme cielo. Mi mancano alcune persone, alcuni animali. Mi sento infinitamente poco in un infinitamente molto. Certo il posto non aiuta.
Ho passato la giornata in non so nemmeno io quante faccende. Lava iaki, lava i piatti, cucina, cucina per iaki, rilava iaki, imbocca iaki, fai la doccia, butta la spazzatura, ammazza gli insetti, rilava iaki 2, rilava te stessa e via così all’infinito. La passeggiata di oggi, come promesso, aveva destinazione manicomio di volterra. È stato un bellissimo giro, senza neppure un incontro. Iaki libero come l’aria, ormai diventato bravissimo. 3 ore e mezza di cammino, 2 di salita e il resto di discesa. A metà, come mi avevano anticipato, abbiamo trovato il cimitero abbandonato dei poveracci morti di troppo elettroshock, o di elettroshock sbagliato, o di mal d’amore a cui fu data una diagnosi sbagliata. Impressionante. Tutto avvolto di rovi, alberi e felci, con milioni di croci di pietra inghiottite dalla vegetazione ed una cappella al centro. Il cancello di ferro aveva una sbarra piegata e io e iaki siamo riusciti a passare. E a fare qualche fotografia, anche se so che non si deve piazzare il cavalletto nei cimiteri e poi sì insomma, non sta bene, tant’è che chiedevo scusa a tutte le lapidi che incontravo, scusa luigi pepe, scusa chinina antonia, scusate tutti quanti. Avanzavo ma non avevo paura, ma intanto mi consumavo la lingua a furia di eterno riposo, come se in un certo senso dovessi pagare il pedaggio. Qui sotto alcuni scatti, tra cui io e iaki tutto sommato sereni.



Una volta uscita mi sono sentita come se avessimo un corteo di tremila anime dietro che venivano a volterra con noi. La meta, cioè l’ospedale psichiatrico, mi ha enormemente deluso. Forse ho visto troppi film dell’orrore, ma davvero non è sembrato affatto tanto lugubre come lo dipingevano. Ho fatto solo tre scatti. Di questi, forse solo quello a colori, per la stranezza della luce, merita davvero.
Lo sapete? In questo posto tutti i girasoli hanno voltato le spalle al sole e stanno mesti e senza luce con il capo chino. Forse sono secchi perchè è finita la stagione. Ma è impressionante e triste vederli così. Sembra una rivolta, o la fine di una storia d’amore. Non avevo mai considerato quanto struggente potesse essere la morte di un campo di girasoli.


Ho trovato un librone in camera, di quelli pieni di fotografie patinate. Si ispira al cantico delle creature. Questa foto stava nella sezione “laudato si’ mio signore per sora nostra morte corporale”. Sarò un’inguaribile stupida, o romantica, ma mi ha fatto piangere moltissimo.

Soffiandomi il naso ho pensato che sarebbe orribile vivere una vita senza colori, ma anche che il bianco e nero è il colore perfetto per fermare i ricordi nelle fotografie. Come se i colori fossero un elemento di disturbo, come se per fare uscire l’emozione occorresse eliminare l’inessenziale.
Ho finito.
Sono ricoperta di orrori e mi fa male la mano dal tanto manovellare.
Vado a letto con la mia malinconia, le mie mancanze, che forse nessuno più potrà colmare.
Mi addormento pensando che la prospettiva con cui si guarda la vita può essere, tra una specie e l’altra, molto diversa.

gaia








