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Articolo su Bresciaoggi di sabato
5 febbraio 2012 alle 11:46
Io, Iaki e la neve
4 febbraio 2012 alle 00:08
Dei miei sogni malati
3 febbraio 2012 alle 10:12
… che mi stancano così tanto.
gatti ritornati, cani resuscitati, il salone di mia nonna con soffitti altissimi, mostri, mufloni che scalciano nella hall di un albergo, uno di essi che vuole che gli salga in groppa, passato di verdure che bolle bruciando, mia madre triste sdraiata sul divano, paura dei fantasmi, la tv accesa su un vecchio fantastico, io che non riesco a passare, barriere fatte di corde o di scale o di scope, profondità vertiginose nell’atrio di casa mia, fratture nel suolo, crepe, alberghi con mille trombe di scale, qualcuno che mi insegue, paura di morire, una caduta dall’ 80esimo piano, lentissima, durata almeno 30 secondi il tempo di farmi spaventare a morte, chissà cosa si sente a spiaccicarsi al suolo, forse se mi tappo le orecchie è indolore, la Lilli che mi guarda come se non fosse morta mai, mia sorella che mi dice la vedi solo tu, io che piango, la nonna che non c’è più, una teiera che fischia nella penombra della cucina, non essersi mai laureati, un esame di scienze rimasto indietro da anni, la disperazione, non ho più voglia di studiare a quest’età, nadia che sparisce sulle piste da sci, sensazione che sia colpa mia, il suo telefono dentro un sacco della spazzatura che ho nascosto io, non sapere perchè, nadia che ritorna, mi abbandonano, il fuoco nel camino di sotto, mio nonno con occhi che mi fanno paura, mio papà alto quasi come il soffitto che gratta quando cammina, tanta paura anche lì, io dentro un videogioco di guerra che però è realtà, 5 marines pelati mi mettono in mano un’arma gigantesca, pesa faccio fatica ad imbracciarla, quando vedi passare il tendone vale doppio devi sparare oppure siamo tutti morti, dicono, venti secondi, non capire che cos’è, cosa vuol dire e cosa c’entra, poi una giostra di cose strane tutti che sparano e gridano “adessoooooooo” e io che premo il grilletto fatto come quello del megafono e faccio il massimo dei punti, lo dice una voce gutturale di alieno, la giostra che si spegne con il fluu di quando va via la corrente, il capo che viene e mi guarda compiaciuto, “gente delle profondità di seattle”, mi dice, “la gente di seattle”, come se avessi nel sangue la capacità di ammazzare, io che non trovo una spina per attaccare il giradischi, ho paura a scendere di sotto, mi seguono due gatti di cui uno morto, questo lo vedono anche gli altri, canto le mie canzoni, suonano più belle di come sono, feste di imbalsamati dove non si muove nessuno, ansia, non riesco a scavalcare lo scalone, mi chiamano per cena, non riesco ad arrivare, i gatti che scappano, mia madre sempre triste sul divano con la faccia blu, mia sorella che dice non me ne frega un cazzo.
gaia
Memo
2 febbraio 2012 alle 15:55
Pensieri malfermi
1 febbraio 2012 alle 17:38
Nevica, quella neve malferma che muore ancor prima di essere attecchita.
nevica lento e doloroso, pochi fiocchi in balìa di ogni più piccola corrente, che noi non riusciamo a vedere.
nevica un po’ verso destra, un po’ verso sinistra, quasi mai nevica esattamente a piombo sul suolo.
nevica una neve bianca che appena si appoggia giace sporca.
se fossi un pittore non saprei cosa dipingere di quello che vedo. se il bianco, o il nero. stanno nel paesaggio di oggi esattamente in parti uguali.
io mi sposto, prigioniera delle mie solite migrazioni.
come un uccello che vive tutta la sua vita in viaggio tra gli stessi punti fissi, senza che nessuno gli abbia mai nemmeno spiegato il perchè.
mi muovo fuori ma anche dentro questa città, che sempre di più mi sta stretta ma che mi trattiene come un innamorato non rassegnato ad avermi perso per sempre.
brescia fatta di piccole galassie umane, brescia senza ricircolo.
un concetto che ho provato anche a spiegare al mio psichiatra, ma che lui ha negato.
e cosa volete che vi dica. è di un’altra generazione.
brescia fatta di piccoli giri, piccoli microcosmi chiusi che non si intersecano mai. e quando si intersecano, nasce un matrimonio, o un fidanzamento. come se le persone giuste per tutte le persone di qui si trovassero esattamente fra le persone di qui, una frase che è uno schiaffo in faccia a qualunque regola statistica.
dottore, brescia fa schifo dal punto di vista umano…
dottore, brescia è una setta, anzi, un insieme di sette, e tutti quelli di una setta conoscono quelli delle altre sette, magari non bene ma almeno di vista…
no dottore, non siamo un paesino montano, lo so…
cosa vuole che le dica, dottore, i 200 mila abitanti magari staranno in periferia…
brescia, brescia.
dove 9 su 10 sposano il fidanzato dei 20 anni. dove se qualcuno di accasa e tu non sai con chi, vai su facebook e scopri che è il parente o l’amico di qualcuno che conosci, o di un tuo compagno di banco, o dei tizio delle piadine, che a sua volta va a millennium in palestra, dove va anche il tuo edicolante callisto, e la mamma del tuo vicino di casa.
brescia e la teoria delle piccole galassie, che brevetterò.
brescia in cui non resta nemmeno più una delle vecchie case dell’orrore, quelle che tanto mi affascinavano e che ispiravano molte mie storie qualche anno fa.
case per lo più sulla via per il lago, case che erano rese invisibili da giardini immensi e abbandonati, così pieni di vegetazione e di me ne frego delle regole da farti venire un mancamento.
adesso sono lì, pelate, depilate, glabre. tutte ridipinte di quei colori pastello, con quegli stucchi che vanno adesso, un po’ coloniale un po’ bohemienne.
hanno cancellato i giardini, gli alberi, gli intrecci, le liane. estirpati con le loro cazzo di gru.
adesso c’è erbetta simile a lattuga che cresce secondo le geometrie del teorema di euclide, e io della geometria sull’erba non me ne faccio un cazzo.
le hanno sverginate senza pietà.
come un abuso sessuale.
prese e divaricate, private di qualunque protezione, di ogni loro mistero.
disboscate senza rispetto, private di umori e di ombre, una violenza che mi fa schifo.
come prendere la regina della giungla e farle una ceretta alla brasiliana.
non si può trattare cosce selvagge come le cosce di chiunque.
e intanto nevica, nevica, nevica.
nevica su vecchie case ormai glabre come teste pelate, in cui famiglie opportune si servono il the facendosi vedere dalle finestre.
ed io migro, uccello viaggiatore, in perenne movimento ma sempre ferma dove sto.
gaia
ps. ritiro il “malferma”.
Facendo gli scatti …
28 gennaio 2012 alle 16:29


…di profilo per il video di Gruppo Ottomani.
Foto professionalissime del backstage, non so se mi spiego.
Roba che può andare su ELLE così com’è.
Ho truccato (poco) solo un lato della faccia, visto che l’altro non si vede.
(in ingegneria si chiama: ottimizzazione di risorse scarse)
Francesco ha avuto il coraggio di pensare che questo fosse “lo sfondo neutro”.
In ogni caso, Dio benedica l’autoscatto.
gaia
Asta aperta: unica copia CD PROMO di 20 Ragioni
28 gennaio 2012 alle 13:55
Asta aperta su ebay per l’unica copia disponibile del CD singolo promo di 20 RAGIONI (PER STARE CON ME)
Prezzo base: 15 euro
Durata asta: 7 giorni
link all’asta: http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280816219328
Laggiù, d’estate, e poi d’inverno
26 gennaio 2012 alle 00:46
Dio quant’è difficile ricominciare a provare.
specialmente se devi provare di notte. specialmente se devi provare da sola. specialmente se devi provare in un vecchio soppalco con la temperatura prossima allo zero. specialmente se non hai ancora nè una band nè un chitarrista, e l’unico chitarrista che vorresti è andrea, ma andrea non può suonare.
stasera sono stata là. in quella che da anni chiamo la mia sala prove, al capannone.
c’erano tre gradi. tre gradi certi, non uno in più. l’ho letto sul termostato. la porticina a vetri prima delle scale di legno, quella così leggera e traballante che sembra fatta di zucchero, non si chiude più. entrava uno spiffero malefico che saliva saliva e saliva e mi si attorcigliava intorno al collo come una sciarpa. le luci al neon sfarfallavano, facendo lo zzz di certi motel americani, quelli in cui ammazzano la gente. c’era la custodia rotta della mia armonica a bocca. c’erano gli spartiti di alanis morissette di almeno 13 anni fa, tutti bagnati e sparpagliati per terra. la cassa che scricchiola, il microfono che fa fiiiiiiiiii!!!. la luna ikea che non si accende più. per terra anche alcuni degli oggetti bianchi che avete visto nelle foto, molti autografati dai tempi di Livendo. il poster di freddie, quasi congelato, con uno squarcio verticale proprio sul cavallo dei pantaloni. le mie mani che non si muovevano più. io seduta su un minuscolo sgabello che cantavo gracchiando su una base, annoiata, ma soprattutto fredda. è stato piuttosto desolante.
devo dire che quel posto in inverno cambia moltissimo. sarebbe il luogo perfetto per un film dell’orrore. tutto il contrario che in estate, quando diventa insieme al cortile il laboratorio dei miei esperimenti creativi. per le foto gialle che vedrete infatti avevo approntato lo sfondo lì, all’aperto. avevo trovato dei giganteschi pezzi di polistirolo altri quasi 3 metri, li avevo rivestiti di plastica, e poi li avevo aerografati di colore. giallo. ci avevo messo un intero pomeriggio, mentre andrea era in vacanza in bicicletta. il giorno dopo non muovevo più il pollice. si chiama pollice opponibile, e infatti il mio si era opposto eccome. ricordo che ero vestita come quando si fanno i traslochi, con i jeans cargo e la bandana, e vagavo tra le erbacce del cortile spruzzando qui e poi là e poi facendo scatti di prova per vedere il colore e accorgendomi sempre che non ne avevo comprato abbastanza. per arrivare al rubinetto scavalcavo lo scheletro di quel povero gatto morto a forma di svastica da anni, stecchito probabilmente da un fulmine pazzesco. cristo, era quasi carbonizzato. tutte le volte una pena infinita.
poi c’è stato il set di tutto cade. anche lì, una cosa favolosa. all’inizio avevo concepito un’idea folle, e cioè fotografie con me imprigionata da mille corde che mi tenevano sospesa. una cosina così, proprio. devo avere ancora gli schizzi. avevo montato il tavolo da ping pong sotto il porticato della casa in campagna, quella abbandonata, intenzionata a sdraiarmici sopra usandolo come set. poi avevo agganciato alle colonne di pietra tutta una serie di corde, tagliandole di diverse lunghezze e misure e creando un casino pazzesco, in cui si erano anche infilati parecchi ragni ed odiose zanzare, visto che era estate e mi trovavo in campagna vicino al fieno. il giorno dopo venne un diluvio universale, una cosa che spazzò via persino il cagnetto del custode, figuriamoci la mia impalcatura. così mi resi conto che avevo fatto una cazzata, e ripiegai sull’idea alternativa che avete visto nelle foto rosse e in quelle con gli oggetti. un’impresa favolosa. tutto un sistema di tiranti e contrappesi per tenerli in posizione. purtroppo ne mancano molti altri che non sono riuscita a tenere in equilibrio, cosa di cui mi rammarico ancora.
d’inverno invece è così. buio, freddo. freddissimo. desolato, silenzioso. con un cielo stellato sul cortile d’asfalto spoglio.
prima di andare via mi sono seduta qualche minuto sulle scalette esterne. se avessi avuto una sigaretta l’avrei fumata. ero illuminata solo da una triste lampada a forma di scodella, quelle delle vecchie fabbriche che fanno la luce color polenta. stavo lì, e pensavo stupita a quanto ormai non avessi più paura nè del buio, nè dei fantasmi, nè dei ladri, nè della solitudine, e invece molta moltissima paura ancora della vita.
poi ho pensato:
cerfoglio, buccia di banana, due baci senza lingua, un abbraccio, coda di drago, due cucchiai di the, uno sbadiglio, 6 conigli bianchi, zenzero, incenso affumicato, un occhio di leone, tre dita della mano, un po’ di terremoto, quello di ieri notte, odore di benzina, salamandre, un telo bianco sporco di caffè, due spicchi di luna, aglio quanto basta, un bel pensiero, e uno brutto triturato.
la magia per riportare in vita mio nonno, purtroppo ancora però non la so fare.
gaia
Che nipote sarà
21 gennaio 2012 alle 21:41
A volte è terribile essere me.
non che sia mai facile. ma in certi momenti mi sento come se avessero rivestito di organi e pelle un videogioco complicatissimo, in cui sono eroe, vittima, mostri e comparse.
così, tutto insieme. senza nessun indizio su quale sia la priorità.
mi immalinconisco con una facilità spaventosa, e non parlo di semplici sbalzi d’umore. è una forma di languore universale, un sentimento ancestrale di cose e momenti perduti, cose e momenti di migliaia di anni fa.
incomprensibile da capire, se non lo si prova.
in altri momenti invece sono così accesa, vivace e piena di furia creativa che quasi non riesco a stare ferma. devo fare, fare, fare, penso mille cose e anche che sì, forse poi le farò, ma con calma, e invece le faccio tutte al più presto in fila e tutte insieme, come se non potessi aspettare. alla fine sono stremata, stanchissima, come dopo 10 giri su una giostra impazzita.
in mezzo a questi due estremi c’è tutto un mondo di stati d’animo inspiegabili, ma mai mai mai descrivibili. mai semplici. mai normali. sempre con dentro del dolce e dell’amaro, quasi avessi paura di sapere che sapore ho. meglio restare nel guazzabuglio, nella contraddizione. tutto e il suo contrario, così niente e nessuno mi può trovare impreparata.
il guaio, è che così non sono comunque mai nemmeno pronta.
ha ragione il mio psichiatra, quando mi dice che la mia dimensione è quella del potenziale.
non so che carattere avrà mio nipote.
nascerà a fine febbraio, è incredibile come questi mesi siano volati. sembra ieri che scrivevo sms a mia sorella che aveva qualche problema in gravidanza, messaggi per sdrammatizzare, cose tipo “allora, c’è o non c’è, c’è o non c’è, non c’è o c’è?”, e lei “non c’è :(”
invece c’è, c’è eccome. c’è e si sta ingrandendo, ingrossando, e io non sono capace di capire che faccia abbia dall’ecografia, come invece sostengono di saper fare tutti. per me sono mille macchie che sembrano tre nasi, sei mani, due fegati e un grosso capoccione, ma io sono ipocondriaca e le ecografie che sono abituata a studiare sono altre. e poi nessuno mi fa vedere niente, l’ultima che ho visto era di quando aveva tre mesi, figurarsi, sembrava un fagiolino capovolto all’ingiù.
insomma, questo bambino c’è, e presto ci sarà ancora di più. e io mi domando: che carattere avrà? che persona sarà? da chi di noi prenderà? sarà un animo inquieto, tormentato e sognatore, uno di quelli che non si danno pace mai, come me, oppure un uomo tutto d’un pezzo, quelli che combattono soprattutto grandi battaglie pratiche e vivono come muoiono, senza perdere mai di vista la propria identità?
nessuno può saperlo. la genetica è una scienza imprevedibile. la genetica è fortuna, anzi, e caso. è mettere la mano nella bolla delle biglie e pescare il numeretto. è girare la ruota e dire stop. è puntare rosso o nero in uno spettro continuo di colori.
sarà come sarà, questo nipote tanto atteso.
intanto sarà maschio, il che lo renderà meno incline per natura alle seghe mentali. imparerà che questa non è una fortuna da poco.
per il resto gli auguro di avere in dono la capacità di amare senza paura, di vivere senza grosse aspettative e di avere gli strumenti per essere felice.
di accettare la propria umanità con benevolenza ed umorismo, e di ridimensionare questa vita e tutto quello che succede pensando che siamo puntini su un puntino tra puntini nello spazio infinito.
gli auguro di avere una testa più serena dei Riva, ma una testa Riva sopra ogni cosa.
stasera ho visto la versione cicciotta di mary poppins che risaliva il quartiere.
aveva la valigia, l’ombrello, il cappello, un buffo cappotto di tenda e la stessa andatura, quella con le punte dei piedi all’infuori.
“salve”, abbiamo detto io e iaki.
“salve!”, ha detto lei, senza sorridere, esattamente con l’energia che mi aspettavo.
poi mi è sembrato che i suoi tacchi facessero come un rumore di tip tap sopra i sassi, come l’inizio di una filastrocca, ma ha girato l’angolo e forse mi sono sbagliata.
starà venendo da noi, ho pensato.
gaia
Freaking’ dog, babe
20 gennaio 2012 alle 22:44





