Mad country_le escursioni
6 settembre 2010 alle 8:33 pm | Nessun Commento
Stasera sono nera come carbone.
questo stato di irraggiungibilità mi ha innervosito moltissimo. chiedo scusa a chi mi ha mandato sms e non ha avuto risposta: il mio cellulare non ha mai, e dico mai preso. niente. del tutto tagliata fuori dal mondo. molti sms sono sicuramente andati persi.
è ancora chiaro e sto scrivendo questo post in giardino. probabilmente riuscirò a pubblicarlo solo domattina, perchè qui basta che si sposti una nuvola che sparisce anche la connessione. il lavoro mi chiama, arrivano mail, spuntano problemi, ed io qui come una deficiente a girare per la scarpata con il cellulare alla ricerca di una cazzo di tacca. sì, suona proprio bene come frase. cazzo di tacca.
questo post vale per due giorni, dato che ieri non c’è stato verso di trovare un qualunque contatto con il mondo. ho provato a stare davanti al mac per un’ora più o meno così, ma non ho ottenuto nessun risultato:

iaki in compenso era già in questa posizione, il che la dice lunga sulla differenza di energie tra una femmina umana alta 1,74 e un golden maschio di anni 3. ho nettamente vinto la battaglia.

ieri passeggiata a cavallo di due ore per me, un giro meraviglioso lungo le colline da cui si vedeva l’intera valle. peccato mi avessero dato, e non chiedetemi perchè, la sella da cattura-manzo-al-lazo, che differisce dalla classica sella all’americana per il fatto di essere infinitamente più scomoda, con inserti e protuberanze proprio in mezzo alle cosce. una cosa che dopo 1 ora e mezza di trotto, vi assicuro, si fa sentire. in compenso ho mollato iaki da solo alla casetta, impigliando il guinzaglio lungo nella porta (una strategia da ottimo ingegnere, questa volta). l’ho ritrovato ESATTAMENTE come l’avevo lasciato, cioè con gli occhi a forma di moneta da 5 centesimi per il terrore dell’abbandono e le orecchie talmente alzate che era diventato un volpino. non vi dico le feste che mi ha fatto quando sono tornata. nemmeno io ne facevo così tante a babbo natale. qui è dopo essersi rotolato nel prato spinto dalla gioia di avere ancora una padrona.

oggi invece siamo stati in una riserva naturale magnifica. anche qui, camminata massacrante, con la differenza rispetto alle altre volte che mi sembrava mi avessero tolto ieri una cintura di castità in ferro battuto modello medioevale (vedi cavallo). il giro di oggi è stato estremamente educativo, specialmente per iaki. qui sono impegnata a fargli una lezione sui funghi, con tanto di cartellone e bacchetta. notare la mia faccia e soprattutto figurarsi cosa devono aver pensato i forestali che passavano con le jeep in ricognizione.

il paesaggio era meraviglioso, un misto di vegetazione boschiva, toscana e mediterranea, davvero stupendo. viali di cipressi che portavano a casette abbandonate, angoli rocciosi dai colori sempre diversi. come in un quadro.
ho anche preso una specie di sgridata da un forestale baffone con il macchinone. si è fermato con un gran vocione e mi ha detto “il cagnone va al guinzaglione!”. poi è sgommatone via per lo stradone. io, paralizzata in un finto sorriso di circostanza, mezzo secondo dopo avevo liberato iaki, come avrebbe fatto chiunque in una riserva in cui non passa NESSUNO. peccato che il forestalone con il vocione non fosse proprio un coglione…infatti mi ha beccato nemmeno 5 minuti dopo. si è riaccostato e con i rayban che usava tom cruise (con risultati nettamente migliori) in top gun mi ha detto: “facchhhhiamo i furbi, eh?”. al che ho sfoderato il mio sorriso più scintillante e anche il gesticolio che di solito confonde moltissimo vigili, guardie giurate, carabinieri e in generale tutti quelli con la divisa, e ho detto “beh, prima di lei son passate altre 4 jeep di forestali e nessuno mi ha detto niente, io ho fatto LA MEDIA ARITMETICA”. la sua reazione non ve la voglio raccontare per pietà.


sulla via del ritorno non poteva mancare la spesa alla coop di volterra, un posto orribile e zozzo pieno di famiglie romane appendici di altre famiglie romane a loro volta appendici di ulteriori famiglie romane, tutte in spedizione a fare la spesa con carovane di carrelli, bambini, zii, adolescenti e centomila bisogni disorganizzati ed introvabili. ovviamente li avevo davanti alla cassa. ed ovviamente hanno voluto pagare alla romana. Lì.
domani si ritorna, ma non prima di aver fatto, risalendo, una tappa al mare, dove voglio far fare a iaki un bel ciaffi ciaffi nell’acqua salata, e spiegargli perchè le sirene non esistono più.
buonanotte
gaia
[LIVENDO] – Elenco delle Aste
6 settembre 2010 alle 2:41 pm | Nessun Commento
Sono ufficialmente partite le aste degli oggetti unici!
L’elenco riassuntivo, comprensivo di data di inizio/fine dell’asta e miglior offerta corrente, si trova sul sito http://livendo.wordpress.com
Di seguito gli oggetti ed i relativi link
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Art.1 (giubbino festivalbar)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558571810
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Art.2 (giacca provino One)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558574952
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Art.3 (scarpe Isolated)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558576591
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Art.4 (camicia Tutto Cade)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558579108
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Art.7 (monolite One)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558581107
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Art.8 (monolite F.S.E.)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558583295
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Art.9 (CD promo radio One)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558585304
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Art.12 (booklet F.T.F.)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558586203
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Art.21 (CD 7 favole)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558588157
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Art.31 (registratore originale)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558589861
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Art.32 (maglietta Musicdrome)
http://cgi.ebay.it/ws/eBayISAPI.dll?ViewItem&item=280558591346
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Aderite numerosi!
Volete essere sempre informati sulla situazione delle aste e del magazzino?
Iscrivetevi alla newsletter sul sito http://livendo.wordpress.com
lo staff
Mad country_i matti
5 settembre 2010 alle 9:33 am | Nessun Commento
[scritto ieri notte]
Luogo da cui sto scrivendo il post di stasera: una piastrella sulla scarpata di erba e cardi di fronte al podere nel buio più totale, sotto un cielo nero interrotto da milioni di stelle stellissime. Vicino a me ho una mini pila, di quelle che vanno caricate ogni due minuti con vigorosi giri di rotella e fanno wikiwikiwikiwi. Intorno a me una quantità impressionante di falene, formiche alate, ragni osceni e chissà quale altro incatalogabile insetto. Quantità di off addosso alla mia pelle: vicina al radioattivo. Ammoniaca spruzzata sulle scarpe, rosmarino nelle maniche della felpa (pare che funzioni). Se qualcuno mi facesse una ripresa dall’alto, di quelle aeree, sembrerei un piccolo punto luce azzurro in mezzo al niente, in un posto che farebbe rabbrividire chiunque. Odoro e puzzo e profumo e ho anche una candelina alla citronella, tutte cose che nel medioevo sarebbero bastate a fare di me una strega. Ma io sono coraggiosa. E poi la connessione va solo qui.
Ogni tanto sento qualcosa di peloso che mi sbatte contro le gambe. Sono le farfalle della notte. Non so è peggio sentirle e non vederle o vederle e non sentirle. Devo smetterla di pensarci.
Stasera sono un po’ malinconica. Sul triste andante, sullo sperduto. Piccola gaia sotto un enorme cielo. Mi mancano alcune persone, alcuni animali. Mi sento infinitamente poco in un infinitamente molto. Certo il posto non aiuta.
Ho passato la giornata in non so nemmeno io quante faccende. Lava iaki, lava i piatti, cucina, cucina per iaki, rilava iaki, imbocca iaki, fai la doccia, butta la spazzatura, ammazza gli insetti, rilava iaki 2, rilava te stessa e via così all’infinito. La passeggiata di oggi, come promesso, aveva destinazione manicomio di volterra. È stato un bellissimo giro, senza neppure un incontro. Iaki libero come l’aria, ormai diventato bravissimo. 3 ore e mezza di cammino, 2 di salita e il resto di discesa. A metà, come mi avevano anticipato, abbiamo trovato il cimitero abbandonato dei poveracci morti di troppo elettroshock, o di elettroshock sbagliato, o di mal d’amore a cui fu data una diagnosi sbagliata. Impressionante. Tutto avvolto di rovi, alberi e felci, con milioni di croci di pietra inghiottite dalla vegetazione ed una cappella al centro. Il cancello di ferro aveva una sbarra piegata e io e iaki siamo riusciti a passare. E a fare qualche fotografia, anche se so che non si deve piazzare il cavalletto nei cimiteri e poi sì insomma, non sta bene, tant’è che chiedevo scusa a tutte le lapidi che incontravo, scusa luigi pepe, scusa chinina antonia, scusate tutti quanti. Avanzavo ma non avevo paura, ma intanto mi consumavo la lingua a furia di eterno riposo, come se in un certo senso dovessi pagare il pedaggio. Qui sotto alcuni scatti, tra cui io e iaki tutto sommato sereni.



Una volta uscita mi sono sentita come se avessimo un corteo di tremila anime dietro che venivano a volterra con noi. La meta, cioè l’ospedale psichiatrico, mi ha enormemente deluso. Forse ho visto troppi film dell’orrore, ma davvero non è sembrato affatto tanto lugubre come lo dipingevano. Ho fatto solo tre scatti. Di questi, forse solo quello a colori, per la stranezza della luce, merita davvero.
Lo sapete? In questo posto tutti i girasoli hanno voltato le spalle al sole e stanno mesti e senza luce con il capo chino. Forse sono secchi perchè è finita la stagione. Ma è impressionante e triste vederli così. Sembra una rivolta, o la fine di una storia d’amore. Non avevo mai considerato quanto struggente potesse essere la morte di un campo di girasoli.


Ho trovato un librone in camera, di quelli pieni di fotografie patinate. Si ispira al cantico delle creature. Questa foto stava nella sezione “laudato si’ mio signore per sora nostra morte corporale”. Sarò un’inguaribile stupida, o romantica, ma mi ha fatto piangere moltissimo.

Soffiandomi il naso ho pensato che sarebbe orribile vivere una vita senza colori, ma anche che il bianco e nero è il colore perfetto per fermare i ricordi nelle fotografie. Come se i colori fossero un elemento di disturbo, come se per fare uscire l’emozione occorresse eliminare l’inessenziale.
Ho finito.
Sono ricoperta di orrori e mi fa male la mano dal tanto manovellare.
Vado a letto con la mia malinconia, le mie mancanze, che forse nessuno più potrà colmare.
Mi addormento pensando che la prospettiva con cui si guarda la vita può essere, tra una specie e l’altra, molto diversa.

gaia
Mad country_la fregatura
3 settembre 2010 alle 10:40 pm | Nessun Commento
Non so quanto sarà lungo questo post.
scrivo per l’ultima volta dal mio appartamentino, ho dovuto sbaraccare e cambiare di posto. adesso sono in un monolocale minuscolo sul limitare del bosco, ancora più su. non prende nemmeno internet, perciò nei prossimi giorni per avere un qualche contatto con il mondo mi toccherà scendere giù dalla scarpata col portatile e digitare due cazzate vicino agli alberi di mele e al pozzo.
il trasloco è stato vertiginoso e a iaki il nuovo posto fa semplicemente schifo. il fatto è che non c’è spazio. ci accavalliamo in continuazione e non si riesce a stabilire un cavolo di senso di percorrenza. saranno 4 lunghissimi giorni. come se non bastasse le finestre danno su una legnaia. risultato? un ragno di proporzioni giurassiche proprio sotto il letto, ma giuro, una cosa nera, enorme, gonfia e croccante, con un addome talmente grande che sembrava una prugna. stavolta ho annientato ogni senso di pietà e l’ho maciullato con le tazze da the. ci sono ancora le strisciate.
a volte penso che sono fuori di testa a scegliermi vacanze così. sottolineo vacanze. dovrei andare come fanno tanti in un bell’albergo pieno di comodità impigrendomi aspettando il pranzo e la cena. non ho ancora mangiato, devo toelettare iaki e sono stanca morta.
oggi abbiamo fatto la prima escursione. il vecchio di un agriturismo a cui sono andata a scroccare dell’acqua prima di partire, quando ha saputo che volevo arrivare alle cascate, ha strabuzzato gli occhi. quella neraaa???, ha gridato. si riferiva all’escursione. qui ci sono bianche rosse e nere come sulle piste da sci. sì, è bella? ho chiesto trillando. bella l’è bella, ha risposto con mille h fuori luogo, ma non la batte più nessuno e c’è che l’è faticosissima! e con le mani faceva il segno delle onde, come ad indicare qualcosa che va su e poi giù e poi di nuovo su. ovviamente io non gli ho creduto. capirai, avrà avuto 80 anni. ci credo che per lui è faticossisima. così mi sono incamminata con iaki tutta ottimista. esseri umani nel raggio dio 50 km: ZERO. la vegetazione è aridissima e iaki veniva assalito da stormi di cavallette, una cosa ridicolissima, sembrava una delle piaghe di egitto. era terrorizzato.
se il vecchio aveva ragione? secondo voi? abbiamo camminato per due ore in mezzo a una boscaglia piena di sterpi, cavallette, insetti di ogni genere, alberi caduti in mezzo ai resti di quello che una volta era un sentiero, dirupi, ammassi di rovi (sono tutta ferita), scivolate, pozze stagnanti con quegli insetti orrendi che pattinano e le rane. quasi sempre ho dovuto avanzare accucciata perchè i rovi formavano una specie di tunnel sulla testa. c’è da dire che iaki è stato sempre senza guinzaglio, bravissimo. ho sperato di incontrare un cinghiale ma niente. solo sanguisughe. alle cascate non ci siamo arrivati. dopo due ore abbiamo sbattuto contro la fonte del latte, chiamata così perchè faceva venire il latte alle donne incinte. oggi era una “poccia” bavosa a strapiombo su un burrone terrificante che mi ha fatto venire un’ora di vertigini. impossibile proseguire. il sentiero diventava una passerella alla indiana jones a strapiombo sul crepaccio senza la minima protezione. questa è la mia espressione felice sul luogo (quanto mi dovreste ammirare per non aver ancora fatto cadere la mia nikon in un burrone?).

questo invece era iaki. beata ingenuità.

ovviamente siamo dovuti tornare sui nostri passi, cioè altre due ore, questa volta tutte in mostruosa salita.



non ho fatto in tempo ad andare all’ospedale psichiatrico. frase che estrapolata dal contesto suona davvero inquietante. ci andrò domani.
la serata prevede un favoloso gioco in scatola, che qualcuno ha lasciato qui apposta per me insieme a taboo (ma è normale che contro me stessa vinca sempre io?) e domino. il titolo non vi sembra calzarmi a pennello?

ora svengo.
ho implorato la signora di rifarmi lo yoguth con la marmellata e il miele, e anche se stava uscendo a cena impietosita me l’ha portato. mi aspetta nel frigorifero, un po’ arrabbiato per il poco spazio.
dio ti prego fa’ che quella cavalletta-mostro che ho visto in veranda non venga dentro, fa’ che la candeggina che ho sparato sugli infissi funzioni, fa’ che non mi entri niente dentro la bocca mentre dormo.
amen.
gaia
Mad country_prima impressione
2 settembre 2010 alle 10:43 pm | Nessun Commento

Non ho dato un titolo a caso a questa seconda serie di escursioni in solitaria con iaki.
esattamente un minuto dopo essere arrivata in questo posticino sperdutissimo sulle colline, una cosa da far sentire in compagnia persino il dalai lama, mi è stata raccontata questa allegrissima storia:
Andare a Volterra fino alla fine degli anni ’70 voleva dire in molti casi andare internati nell’Ospedale Psichiatrico Ferri, in cui furono ricoverate fino a 6000 persone contemporaneamente, gli indesiderabili. All’interno di questo inferno sulla terra, una bolgia in cui esistevano 20 lavandini e 2 bagni ogni 200 degenti, dove morirono per “troppa cura” decine di migliaia persone che non videro mai più un cielo senza sbarre.
più precisamente QUESTO QUI SOTTO, un sentierino accanto al mio appartamento, è la via che attraverso il bosco arriva a volterra e su cui si incontra, a poca distanza da qui, il cimitero abbandonato dove hanno seppellito i 2/3 degli inquilini dell’ospedale psichiatrico. questo, più o meno, è quello che mi ha detto la signora dell’agriturismo subito dopo “ciao” e “mangi con noi o da sola”, e la mia bocca mentre raccontava la più assurda e macabra delle storie assomigliava disperatamente a un culo di gallina, o ad una O maiuscola micro sans serif, o a un bottone da camicia. bellissimoooooooo, ho detto con voce sognante. io adoooooro gli ospedali psichiatriciiiiiiii. questa esclamazione funziona sempre. in primo luogo, ti cataloga immediatamente come ospite non ordinaria. secondo, è un modo per passare la paura a chi sta davanti, come se gli lanciassi una patata bollente. una specie di scarica barile, un adesso la caga prenditela tu. fa sentire bene ed ha lo straordinario potere di chiudere la bocca a chiunque.

la prima impressione arrivando qui è stata orribile. semplicemente. le foto per la seconda volta mi hanno abbondantemente imbrogliato, e questa volta la mia faccia si è rifiutata di nascondere il disappunto. il viaggio è stato devastante, almeno 8 soste in autogrill e la stessa, penosa scena dell’altra volta, cioè questa (iaki in arrampicata sulle valigie verso il volante). per la cronaca, stavolta avevo montato una rete artigianale. ok, come ingegnere delle reti faccio pietà.

il mio appartamentino, l’unico insieme ad un altro grosso la metà in cui mi trasferirò tra due giorni, è un insieme di elettrodomestici, mobili consumati, tende satinate dai colori orientali che fanno molto calumet e grossi, grossissimi orribili ragni neri con le ginocchia. l’unico davvero felice, anzi direi felicissimo, è iaki. ha spazio in abbondanza, un enorme letto sotto cui dormire e può vagare libero per la collina trotterellando dietro il contadino che guida il trattore (cosa che ha già fatto, esattamente dopo aver montato la gamba della povera padrona di casa).


mai come in questo caso però la prima impressione si è rivelata sbagliata. lentamente ma inesorabilmente, sistemando le mie cose, infilando i cuscini nelle federe, accendendo e spostando qualche lucina come piace a me, mettendo un po’ di radio (non ho la tv) e qualche cuscino mi sono innamorata di questo posto. la vista è stupenda e la dimensione intima ed isolatissima in cui mi hanno rinchiuso, e che mi sono cercata, alla fine è la risposta perfetta alle mie aspettative. ragni con le ginocchia a parte.
mi hanno portato una vera cena toscana in cucina, in un cestino rosso. buona da stare male. crema di carciofi su pane, zuppa toscana, arista al forno con fagiolini piccanti e patate arrosto, e una ciotola del loro yogurth con sopra miele ed un marmellata di prugne che sembrava fatta dagli angeli. ho consumato tutto sul mio tavolino di legno, illuminata da una candelina e certe lucine calde che da fuori mi facevano sembrare un personaggio del presepio, quelli elettrici in cui dalle finestre si intravedono delle figure davanti al fuoco che fanno gli stessi movimenti sterotipati. questa la prima foto. ricorda molto geppetto nella pancia della balena. almeno, geppetto come l’aveva disegnato la disney.

mi hanno anche sommerso di cartine per le escursioni. ce ne sono così tante che dovrei stare qui un mese per farle tutte. la prima sarà ovviamente quella al cimitero+ ospedale, ma mi sono ripromessa di essere ottimista e quindi domani andrò alle cascate qualcosa, devo ricontrollare il nome.

iaki ha questo aspetto, e cioè esattamente uguale a quello che aveva in camera a saltusio. è cambiato solo il pavimento.

per il resto…sarà sicuramente un’avventura.
una sfida con me stessa, per vedere se sono in grado di vincere contro un posto del genere, che potrebbe tirare fuori tutto il peggio di me.
e poi con il mio spirito di sopravvivenza, dato che il bagno è grande come una scatola da scarpe.
non c’è nemmeno una luce in tutta la valle, ora.
alla radio mandano baglioni, una vecchia scontata canzone.
la mia fantasia galoppa e l’unica cosa che so è che spero di non vedere nessuno ai piedi del letto.
gaia
Livendo: si parte
31 agosto 2010 alle 9:30 pm | Nessun Commento
E’ ufficialmente aperta l’iniziativa LIVENDO!
Sul sito livendo.wordpress.com trovate già tutte le informazioni, il regolamento ed il catalogo degli oggetti in vendita.
Le aste partiranno il 6 settembre, mentre gli oggetti compra subito sono disponibili già da ora.
Partecipate numerosi :)
Pienza, selvaggia, l’elfo dei boschi
30 agosto 2010 alle 2:28 pm | Nessun Commento
E’ stata una domenica di lavoro, ma molto probabilmente ripartirò presto.
questo venerdì, forse. destinazione, un agriturismo a pienza. ezio ha detto bene. pienza e dintorni sono posti meravigliosi. ci ho lasciato il cuore due anni fa, quando ho corso in quelle zone per le mille miglia…lingue di terra e di verde con un cielo che sembrava una fetta di pane spessa su cui avevano spalmato marmellata rossa, dolce e profumata. un incanto. così mi sono detta: cosa cambia. se anche faccio altri 6 giorni con iaki, questa volta in collina. a passare pigre giornate leggendo libri su libri, a scrivere nuove storie o canzoni, a prendere il sole, a cavalcare, a fare passeggiate, a seminare voti in tutte le chiesette che incontro e visitare finalmente l’antro di cagliostro (che è a san leo in emilia, lo so), il buco che mi affascina di più sulla terra. niente. forse me lo merito anche. e allora mi sa proprio che parto.
vacanze solitarie, quest’anno. per mia scelta, e non ne sono mai stata più convinta. ho voglia di natura, di pace, di immaginazione. di silenzio. questi ultimi due anni mi hanno rimescolato come zuppa in un calderone e adesso voglio diventare un acquerello. tenue, delicato…tranquillo. cerco posti pieni di storia, cerco posti dove il tempo passa lento, dove possa ritrovare me stessa, quel nocciolino interiore da cui scaturisce la mia creatività. e chissenefrega se nella mia vita qualcuno mi fa notare che “le persone ti danno molto più degli animali. I rapporti sono più difficili certo, ma come portano più dolori portano anche più gioie. E una persona intelligente come te dovrebbe apprezzarlo”. sarà anche vero, ma gli animali non mi deludono mai, mentre le persone lo fanno spessissimo. e la delusione è un sentimento orribile, e bagnato, e appiccicoso, e qualcosa di cui adesso non ho proprio bisogno. perciò che mi lascino in pace se voglio fare l’elfo dei boschi, o l’eremita, o l’avventuriera. uno psicanalista ce l’ho già. dorme quasi sempre e non mi dice mai cosa è giusto e cosa sbagliato. perchè dovrebbero farlo gli altri?
sto diventando sempre più vorace di indipendenza. furiosa, incontenibile. la maggior parte delle donne, crescendo, sente bisogno di stabilità, di legami, di mettere radici. a me sta accadendo il contrario. sono sempre più insofferente nei confronti di chi vorrebbe mettermi briglie, paletti, darmi direzioni. persino esagerata nel mio scalciare. terrorizzata dal fatto che mi si imprigioni, o etichetti, o possieda, o controlli. specialmente i maschi. come se mi sentissi sempre minacciata. come se avessi un cartello attaccato alla schiena con scritto proprietà privata. e più mi sento così più mi sembra che chi mi sta intorno non solo non lo capisca, ma stringa ancora di più i lacci. forse è tutto nella mia testa, non lo so…ma quanto detesto anche solo pensare di poter essere controllata. è una cosa che mi fa impazzire. mi incattivisce come una bestia selvatica. non esiste modo migliore al mondo per farmi scappare. per un breve periodo, un anno fa, ho sentito un debole, fioco desiderio di maternità affacciarsi nella mia mente…ecco, ho pensato…sta capitando anche a me…a me che pensavo di essere diversa (e non lo dico in negativo verso chi ce l’ha, assolutamente). beh, non so cosa sia successo, ma oggi di quel sentore non c’è più traccia. zero. anzi, mi sono proiettata verso lo stato brado, verso la totale assenza di schemi, di percorsi. non me ne frega più niente. ora mi direte che mi ritroverò a 54 anni con la frangia unta a fare un figlio come gianna nannini. e chi lo sa. con me non si può mai dire. però la frangia magari prima me la lavo.
mi raccomando, sostenete l’inizativa LIVENDO quando partirà. trovate tutte le informazioni su livendo.wordpress.com
il vostro aiuto è preziosissimo. lo è quando leggete e ridete delle mie disavventure vacanziere, ma anche (e di più) quando mostrate di amare la mia musica e il mio lavoro. non mi obbligate a partire davvero per il giro del mondo in 80 dischi per fare qualche soldo. o a scrivere un libro. non ne avrei la pazienza. non ancora.
ora torno a chiedere preventivi e limare testi. in quest’ordine, o in quello contrario, o tutte le due cose insieme.
se mi dessero una stanza con vista sulle crete sarei felice.
gaia
Arriva … Livendo!
30 agosto 2010 alle 8:48 am | Nessun Commento
Buongiorno a tutti…tra due giorni partirà una nuova iniziativa per arricchire Tutto Cade…e magari per organizzare una bella performance live in acustico…in streaming, o per “i migliori”, dal vivo!
Come?
Leggete bene QUI: livendo.wordpress.com
:)
gaia
Wild mountain_the end
28 agosto 2010 alle 11:10 pm | Nessun Commento
De chirico dipingeva l’angoscia della partenza.
io invece fotografo quella dell’arrivo.
sono a casa. un po’ triste, spaesata. iaki anche. pensavo fosse felice di tornare ai suoi ritmi…invece pare di no. mi segue come un’ombra, con passo lentissimo. a volte mi guarda dritto negli occhi come se fosse alla ricerca di una risposta. dov’è casa nostra, casa nostra per davvero? a cosa mi devo abituare? mi sono sognato tutto? no iaki…non hai sognato nulla…si chiama viaggio…si va e poi si ritorna e il cuore è più grande di prima ma allo stesso tempo più piccolo, come se fosse più ricco ma anche più spezzettato. il mio cuore sparpagliato, cantava zucchero. e delicato.
tornando in autostrada mi sono presa una secchiata d’acqua mostruosa, esattamente nel momento in cui ho deciso di fare sosta all’autogrill per far scendere il cane. ho appoggiato un piede per terra ed in quel preciso istante è sceso il diluvio universale, facendomi venire la pelle d’oca alta mezzo metro mentre nell’erbaccia della piazzola vicino ai camionisti pregavo dio che iaki non trovasse troppi odori interessanti. siamo ripartiti che eravamo zuppi tutti e due, come due pulcini spennati. un po’ silenziosi.
dal parabrezza ho fotografato la linea sull’asfalto. è incredibile quanto chiara sia la direzione certe volte, ma anche quanto sbagliata possa essere. io che ho scritto e che canterò Contro Corrente mi sento più che mai come se il mondo mi stesse venendo in faccia all’incontrario. come se la terra girasse in senso orario ma io no. o la gravità mi portasse verso l’alto. tutti i pensieri che potevo pensare oggi li ho pensati.
stamattina sono stata nei “miei posti”.
quelli in cui andano in vacanza da bambina, a funghi, a passeggiate, per 3 settimane l’anno. quelli in cui mi hanno scambiato per un quasi fungo, come si legge nella mia biografia. nella foto in cui sono con iaki…ecco, dietro c’è lo schmidel. seduta ad uno di quei tavoli mia madre ha accusato la nausea che poi avrebbe chiamato gaia, e io, piccolo embrione, minuscola particella atomica, ero a malapena viva e forse già pensavo “che vita di merda!”
il sole era pazzesco. c’era anche un vento forte, di quelli che mi agitano moltissimo e fanno luccicare tutte le foglie. ho provato un grandissimo senso di inquietudine e di abbandono.
mi sento sola. disperatamente sola. sola di quella solitudine che non ha a che fare con le persone ma con l’animo, sola di un sapore dolceamaro. sola profondamente ma inspiegabilmente. sola a tutto spiano, sola a rotta di collo. sola della solitudine che nessuno vede e nessuno capisce, di quella solitudine che non si può raccontare perchè appena la definisci ti scappa dalle mani. stasera ho una gran voglia di piangere e sapete cosa penso? che me lo posso proprio permettere.
questo è iaki nel viaggio di ritorno.
mille valigie lo separavano da me, questa volta sono stata più astuta. il risultato è stato questo. una faccetta assonnata e pietosa che si sporgeva dal buco in mezzo, chiedendo un grattino ogni 5 kilometri. adoro il suo tartufo puffoso. e nero. adesso dorme su un tappeto ikea tutto colorato, a 39 euro e 90. gli piace.
che altro dire…i ritorni mi uccidono.
più delle partenze.
mi ha persino sfiorato l’idea di fare il giro del mondo con iaki, raccontandolo su un blog. mi sono vista con centinaia di migliaia di visite al giorno, io che racconto quanto ho vomitato arrivando in tibet, o la mano persa in una lotta con i coccodrilli, o i miei 3 mesi di prigionia in arabia (mi hanno lasciato il portatile, ovviamente. con la connessione) tenuta in vita solo a pane ed acqua.
ma sono quelle idee stupide che ti attraversano la testa e la forano come un proiettile, uscendo dall’altra parte. o come un flash.
vorrei che mio nonno fosse qui.
gaia
senza parole :D
27 agosto 2010 alle 4:59 pm | Nessun Commento
Wild mountain_la differita
27 agosto 2010 alle 11:51 am | Nessun Commento
Domani è già sabato.
la nostra vacanza è quasi finita. volata via, come un soffione al vento. ho staccato un po’ la testa, ma certamente non quanto avrei voluto … non quanto avrei dovuto dopo 4 anni di sfinimento. lunedì si ricomincia l’arrampicata, ma questa volta un’arrampicata molto più stancante e frustrante di quella su una semplice montagna. un’arrampicata che non mantiene quello che promette, che non è meritocratica, che non ha certezze. è come se potesse capitarti che anche se stai procedendo in salita in realtà tu scenda di quota. o viceversa. non ci sono bussole nè punti di riferimento. c’è una meta, ma forse nessuna via per arrivarci davvero. non sai se puoi arrivare finchè non arrivi. è una condizione estenuante.
oggi il tempo è cupo, un po’ come il nostro umore. iaki risente del mio come se fosse uno specchio, o una spugna che assorbe ogni cosa di me. è qui, accucciato ai miei piedi, e guarda fuori dal balcone con un’espressione pensierosa. chissà cosa gli frulla in quella testa pelosa. chissà se lui si ricorda di “casa”, o se invece l’ha già del tutto rimossa. quello che è certo è che io non ho ancora recuperato energie sufficienti a rimettermi in pista. forza gaia, mi dico, ce la puoi fare. forza gaia. a volte me lo scrivo anche su bigliettini sparsi in giro per la casa, nel posti più assurdi, così che ritrovandoli l’effetto stupore possa esercitare una qualche azione terapeutica. forza gaia.
vi volevo raccontare la giornata di ieri, ma mi sono accorta che passato il giorno passano quasi tutti gli spunti che si porta appresso…le sue emozioni, i suoi colori. ieri ero davvero troppo stanca per scrivere e non sono riuscita ad imprimere qui i miei pensieri. il ferro rovente si è raffreddato..non incide più tanto bene.
il ricordo più forte è la bellezza dei posti in cui siamo stati, un sottobosco infinito pieno di radure, alberi, felci e torrenti, un sogno. persone pochissime. dappertutto funghi, molti funghi, fiori e insetti che si ingozzavano di margherite, bombi più grossi di un pollice e coccinelle curiose. ho visto per la prima volta dopo anni un’amanita falloide. non pensavo esistessero ancora. stava lì, grossa come una mazza, rossa come il fuoco e tutta punteggiata di pallini bianchi. iaki, che non mangia quasi niente da quando siamo arrivati, guarda caso la voleva a tutti i costi. fortissimamente voleva mangiare l’unica cosa in tutto il trentino che l’avrebbe ammazzato di certo.
poi ricordo una scena ridicolissima, e cioè iaki-bob durante una pausa su una parete erbosa. non c’era nessuno, così gli ho tolto il guinzaglio. lui dalla felicità si è buttato sulla schiena e ha cominciato a rotolarsi, scendendo a valle di testa come se fosse una tartaruga ninja o uno slittino, e aiutandosi con le zampe dietro quando perdeva velocità. poi è rimasto a fissarmi dal basso come uno skilift rotto. è veramente un soggetto ridicolo.
la terza cosa che ricordo sono alcuni pensieri. ho notato che variano sensibilmente con la stanchezza, la quota. appena partiti mi facevo nella testa i soliti quesiti impegnativi. cose sulla vita, l’amore, il senso di tutto. pesantezze e profondità. dopo due o tre ore mi sono accorta che stavo cominciando a farmi domande più fisiche, concrete, tipo ma com’era la legge di attrazione tra due corpi? il principio dei vasi comunicanti…questa diga come funziona…aspetta ma mi ricordo qualcosa di elettrostatica? a proposito dei fulmini…dopo 5 ore, a quasi 3000 metri, la mia testa invece si era come svuotata e se provavo ad analizzarla, a parte l’assenza di ossigeno, pescavo solo pezzetti di frasi inutili e sparse, come cantilene o canzoncine. siamo i piccoli porcellin-siamo tre-fratellin, pinaaaa ti stimo stantissimoooooooo, sveglia e caffè barba e bidet presto che perdo il tram…una cretina, in poche parole.
così ho penso che forse dovrei mettere casa lassù. molte delle mie seghe mentali verrebbero proprio segate via dalla quota come farebbe un filtro.
beh…non sapevo cosa dire ma alla fine qualcosa l’ho detta.
sono indecisa se rientrare davvero domani sera o fare una tappa intermedia da qualche parte. ancora non so.
oggi film e letto. tanto letto.
le gambe stanno stranamente bene. forse non le ho più e non ci ho fatto caso.
o forse sono rimaste lassù, in cima, proprio come il bidet a destra nella testa del mio cane.
gaia
Wild mountain_dispersi
26 agosto 2010 alle 9:14 pm | Nessun Commento
Scriverò il resoconto di questa giornata allucinante domani mattina.
al momento sono in lista d’attesa per un trapianto di arti ed organi, tutti insieme.
7 ore di arrampicata, e le ultime due ore mi sono persino persa nei meandri dei boschi a quasi 3000 metri di quota. non è colpa mia, se c’è una cosa che so fare è leggere le cartine. ma un sentiero rimasto indicato era stato in realtà divorato dalla vegetazione. sono arrivata in una zona in cui dovevo procedere anche con le mani, e issare iaki di peso perchè non riusciva a superare certi dislivelli. in più l’erba era fittissima con zone simili a sabbie mobili e buche nascoste. sono tornata alla macchina che non c’era più nessuno.
me la sono vista brutta.
iaki è una pelle sul pavimento. non reagisce nemmeno ad uno stimolo.
avevo girato dei video, specie quando ero dispersa (una specie di ultimo testamento), ma qui non mi si scaricano.
non ho le forze.
mi metto a letto e guardo un film.
in queste foto, noi. pantaloni lerci ovunque, con i segni di innumerevoli guadi.
e il pavimento amico.
gaia
Wild mountain_il “riposo”
25 agosto 2010 alle 9:36 pm | Nessun Commento
Lo so, l’ho già detto, ma qualcuno spieghi a iaki che il bidet non è più qui per favore.
Mi si spezza il cuore, non c’è modo di annientare in lui questo dejavù. Lo trovo almeno venti volte al giorno in questa posizione e visto che non penso proprio si metta in castigo da solo non mi resta che accettare il fatto che lui non accetti lo spostamento del bidet. Lo so, è dura. La vita a volte è davvero drammatica. Mi piacerebbe poterlo difendere da tutto, come diceva quella bellissima canzone di battiato, inclusi i sanitari che cambiano di posizione senza preavviso … ma purtroppo mi accorgo di non avere questi poteri.
La giornata di oggi è stata di un’inutilità spaventosa. Il tempo era bellissimo, ma visto che io cammino come un fenicottero (cioè non fletto più le parti di gamba dal ginocchio in giù) e lui non mangia ho deciso che era tempo di fare una pausa. Chiamarla vacanza al momento è davvero dura, visto che vivo in funzione di un animale che ha più esigenze di una donna incinta, un vecchio terminale o un bambino appena nato. Le giornate volano via e mi resta la sensazione di non aver fatto abbastanza, o meglio, di aver fatto molto meno di quello per cui sono venuta. Devo medicare aggressioni, pulire fango e peli, inventare nuove scenette per l’alimentazione, consolarlo quando è triste e soprattutto essere all’erta costante perchè lui vuole, ma fortissimamente vuole, salire sul baldacchino con me e abbracciarmi. Che non va bene. Perchè a casa mi cambiano il letto ogni giorno, ma qui no. E allora a volte lo vedo spuntare dalle tendine finto luigi XVIII con questa faccia e sento il cuore che fa una capovolta. Come si fa, come si fa a resistergli …

lui continua a mangiare poco o niente, anche se sprizza vitalità da tutti i pori e sta migliorando (oggi ad esempio ci siamo presi solo tre vaffanculo). Non si può dire che io non le stia provando tutte, questa foto panoramica ne è la testimonianza. La banana non è una mia idea, ma il suggerimento di un veterinario (che mi conosce da facebook, ndr) che molto gentilmente mi ha lasciato il suo numero e segue le nostre disavventure in diretta e via sms. Mi ha detto di inserire dei carboidrati nella sua alimentazione, cosa che mi ha fatto sorridere…mi sono scervellata tutto il giorno, ma proprio non mi è venuta nessuna ma nessuna idea per far mangiare a iaki una banana.

La cosa davvero degna di nota è che mentre stavo facendo i miei esperimenti il vicino di terrazzo stava guardando ed io non me ne sono accorta. Le terrazze di legno a volte giocano questi brutti scherzi. Immaginatevi cosa possa aver pensato vedendomi prima così

e poi così

per inciso, il cane dall’altro terrazzo non si vede.

Comunque alle figure di merda ormai sono talmente abituata che quasi mi fa più strano essere regolare. Con gran fatica ci siamo vestiti dopo aver guardato un po’ il panorama (oggi un sacco di gente sulla funivia, eh) e siamo partiti in macchina direzione merano, per affittare alcuni dvd. Merano è un vero buco. Ma soprattutto odiano gli italiani. Ho trovato la videoteca più sperduta della terra, dove una signora stronzissima ha voluto 150 e dico 150 euro di caparra per l’affitto di tre novità. Sono stata nel negozio 45 minuti, più di una normale coppia che voglia accendere un mutuo in banca. Al mio ritorno, ho trovato iaki esattamente come l’avevo lasciato: con la faccia appiccicata al vetro posteriore e uno sguardo letteralmente disperato, le orecchie in alto e aperte come dumbo, così immobile e terrorizzato che sembrava un adesivo. O uno di quei parasole che mettono sui vetri per proteggere i bambini. Ho riso da sola come una matta guardandolo da lontano. È veramente un personaggio.
Il rientro in albergo è stato elegantissimo. Mi sono presentata alla reception completamente ricoperta di bava filamentosa, che in auto produce in quantità idrauliche (tipo quella di questa foto, ma molto più lunga). Ricordavo un po’ il disgustoso bioccolo di ghostbusters (sempre lui) o in alternativa i gremlin quando forano l’uovo per uscire a distruggere la terra. Sono considerata la donna meno sicura e meno igienica di tutto saltusio, paesino probabilmente talmente inutile da farmi pensare che tengo io tutti i primati, non importa quali.
Domani nuova escursione, stavolta molto lunga e molto impegnativa.
Dormo due ore a notte e non so come faccio a stare in piedi, ma l’amore che provo per questo essere così diverso e così uguale a me non mi fa sentire la stanchezza.
Per cena kaiserqualcosa, cercate in internet (omelette spezzettate con mirtilli rossi…una specialità. Mia madre ne andava pazza. Ricordo ancora il suono della sua voce, quando le ordinava in vacanza, tutti i giorni).
Vorrei avere ancora con me il manuale delle giovani marmotte. È come se sentissi ancora il profumo buono delle sue pagine.
Ma ve ne parlerò domani.
Mi butto nel letto, il terrazzo aperto, il rumore del torrente, e nella mano il muso di iaki che ancora non si capacita del fatto che io non l’abbia abbandonato.
Buonanotte.
Wild mountain_la lavata
25 agosto 2010 alle 8:31 am | Nessun Commento
[scritto ieri notte. ho scoperto che qui staccano il modem alle 23. ma vaff...]
Ho scoperto per me esistono solo prime regole circa l’andare in montagna.
Prima regola, mai partire con cumulonembi all’orizzonte. Prima regola, se piove stare lontani da alberi e corsi d’acqua. Prima regola, non si raccolgono i funghi tanto per, anche se sono velenosi. Prima regola, si dice sempre a qualcuno dove si va prima di partire. Prima regola, in discesa si procede a zigzag. Prima regola, portarsi della cioccolata. Prima regola, se un montagnino ti dice che un’escursione è facile vuol dire che è almeno difficilissima. Potrei primoregolare all’infinito.
La giornata di oggi è iniziata con un sole un po’ pallido. Ho dovuto ritardare la gita perchè mi hanno cambiato di stanza, la nuova è al terzo piano e decisamente più bella. Ho un letto a baldacchino tutto per me che fa molto ius primae noctis e principessa sul pisello e una stupenda vista sulla funivia, stavolta perfettamente perpendicolare. Il bagno è al contrario rispetto a prima, col risultato che iaki continua ad andare nell’angolo vuoto dove una volta c’era il bidet aspettando di poter bere. Stamattina ho autoscattato qualche foto di noi due. Tutt’intorno sul pavimento, tagliata per ragioni estetiche, c’era una pioggia di croccantini friskies simile a una spolverata di coriandoli, o, nel nostro caso, a riso di nozze, che emanava un incredibile odore di salmone. Per terra ci siamo voluti molto bene. Abbiamo giocato a nascondere il biscione, fatto inKazzare il barboncino vicino di terrazzo, giocato a dov’è la pallina dov’è (sempre nel cassetto ma proprio non gli entra in testa).
Poi siamo scesi a mangiare, isolati in un angolo come sempre. Iaki ha ordinato una bistecca poco cotta (la cameriera di 80 anni: ma ci fvole soprva il saleeee? Ma che cazzo di domanda è? A un cane?) e io wienershnitzel con patate, il tutto consumato sotto lo sguardo alcolico di due vecchi che giocavano a carte.
Anche stamattina mi sono alzata alle sei per portarlo fuori. È pazzesco. Quando mi alzo non c’è ancora nessuno, nemmeno un’anima. Solo quella maledetta strada ad S immediatamente aperta la porta con un traffico di camion e moto mostruoso. Di solito sono vestita come il Mai Nato e mi staglio in mezzo a stradine deserte, una visione inquietante nella bruma del mattino: felpa grigia australiana, pantaloni corti del pigiama, scarponcini e cappuccio. Cerco invano di raggiungere una micro chiesa a 10 metri di distanza ma è impossibile, la curva è troppo stretta e ad ogni motociclista iaki fa uno spaventone pericolosissimo. Non posso permettermi di svoltare quell’angolo cieco. mi limito a sospirarla.
Nel pomeriggio invece ci siamo messi in marcia, dato che era spuntato un po’ di sole. Siamo partiti tutti contenti, io con una maglietta gialla e lui con un’erezione spaventosa dovuta ad un incontro sentimentale con una cagnetta smorfiosa. Il tragitto è stato facilissimo. Abbiamo incontrato solo seicento biciclette-culle-bambini in direzione opposta alla nostra, su un sentiero largo ben un metro e mezzo. È stato bellissimo. Bastava aggrapparsi ad una rete o un palo e aspettare che tutto finisse chiudendo gli occhi. La pazzia lo ha quasi colto in prossimità di un campo da golf tempestato di “palline”, che guardava come se fosse arrivato il giorno del giudizio e dal cielo fossero caduti miliardi di palle per tutti i cani di buona volontà. Abbiamo aggredito un dalmata, uno shnauzer gigante, un trattore, due gemelle, un pescatore ed una coppia di cavalli da maneggio. Lungo il percorso, iaki ha incontrato questo cartello, altamente esplicativo:
La forza che ho nelle braccia e nelle gambe per moderare questo cane è veramente spaventosa. Le persone mi guardano ammirate. Anzi, da lontano cominciano a fare sorrisi scemissimi, perchè vedono un cagnone bianco, ma sì, quello della pubblicità della carta igienica! Che amore! Che tesoro! Che puffoso! Affrettiamoci! Poi quando sono ad un metro e iaki inizia la trasformazione sulle loro facce si dipinge l’orrore. Stupore, pura disapprovazione. Improvvisamente diventiamo entrambi da evitare e nessuno mi dice mai nemmeno kruscot (ciao). A parte il simpatico pescatore che mi ha scattato l’ultima foto di questo post e quella qui sotto.
Esattamente a metà strada, il sole è caduto letteralmente in un angolo con preavviso pari a zero, ed è scesa su di noi una secchiata d’acqua durata mezz’ora. Qui siamo in un momento di enorme sconforto, fotografati su insistenza del pescatore di prima che ci ha offerto riparo sotto la tettoia (1 minuto dopo ha smesso) e mi ha bagnato tutta la nikon che ci ha messo due ore di phon per rianimarsi.
Sento le gambe rigide come tralicci della corrente. Iaki invece è ridotto così:

domani danno sole solissimo, ho grandi progetti per noi, come chiuderlo in macchina e farmi un intero giorno di sauna-vaffanculo.
Tanto oggi l’acqua se l’è goduta lui (a proposito, ho inventato un nuovo comando: cerca-cerca la trota, cerca la trota!)
A volte penso che il mio cane sia l’unico al mondo che mi capisce davvero. Che siamo una coppia, di quelle che il tempo non corrode, dove non esistono cose non dette nè dubbi sull’avvenire. Ci facciamo compagnia, ci aiutiamo, ci parliamo, quando uno ha un problema si fa sentire e l’altro lo ascolta, in silenzio, senza dire mai una scemenza o una cosa fuori luogo.
Mentre tornavo a casa su quel sentierino ho pensato che con il mio cane sarei arrivata alla fine del mondo.
Gaia
Noi 2
24 agosto 2010 alle 2:34 pm | Nessun Commento
Wild Mountain_la prima arrampicata
23 agosto 2010 alle 11:34 pm | 2 Commenti
La prima cosa che ho cercato oggi su google dopo essere rientrata in camera alla fine di un’escursione massacrante è stata “lexotan golden retriever”.
Iaki deve sicuramente avere qualche gene in corpo non ben identificato, quella cosa che un giorno ha fatto dire all’addestratore da cui andavo “eh casso, ma l’è mia un golden sto qua, l’è ‘na trivella da recupero!”. Avevo il fango fino alle ginocchia e guardavo da quasi un kilometro gli altri cani che facevano lezione, perchè la lezione di iaki consisteva nell’osservare per 4 ore ogni sabato per un anno gli altri cani bravi ed i loro padroni. Pioveva a dirotto, e questo omone alto sei metri e vestito di pelli di leone come gli indiani mi guardava con un misto di ammirazione e compassione. Quante ragazze avrebbero affrontato la cosa con quell’entusiasmo?
Sono disperata perchè iaki oggi si è innamorato undici volte e non mangia. Gli ho dato di tutto. Crocchette per cane, per gatto, per cane che ha fatto qualcosa di ottimo, per gatto viziato, bocconcini di manzo, vitello, pesce, verdure, pollo, tacchino e ogni altro essere vivente, barrette-premio, barrette lucida denti, barrette e basta, bustine gran gourmet, bustine gran gourmet per gatti obesi e per gatti difficili. Niente. Preso dall’agitazione della giornata è rimasto incollato alle mie gambe anche sul terrazzo e cercava di ribaltare la ciotola, mentre il pavimento sembrava un campo di battaglia invaso dalle mosche. L’ho imboccato, gli ho fatto le storielle con il suo serpentone rosso (nella foto) che gli portava sul dorso i bocconi, ho finto di mangiarli tutti io, li ho nascosti per farglieli cercare, cosa che di solito gli piace tantissimo. Impassibile. Alla fine disperata sono uscita a prendergli una pizza. Wurstel doppia mozzarella, mangiata in circa un minuto e mezzo con rutto finale. Adesso dorme sul nuovo telo giallo che gli ho comprato perchè la moquette gli fa caldo e il bagno schifo, col risultato che dorme sulla riga tra il salotto e la finestra.
Penso che un bambino appena nato sarebbe meno impegnativo da accudire. Va bene che sono iperattenta verso gli animali, forse troppo…ma ogni 10 secondi ha un’esigenza. O almeno mi sembra. Bere, essere coccolato, salire sul letto, giocare, vedere me che cerco di farlo smettere di piangere, uscire, possedermi platonicamente e altre mille amenità. stanotte ho dormito tre ore perchè ogni 20 minuti mi ritrovavo il suo faccione a un millimetro dalla bocca, che mi fissava. Gli occhi avevano il riflesso azzurro del televisore muto e io invasa da una pena infinita lo grattavo sulla testa fino a quando crollava proprio sotto gli orrendi film in tedesco sul canale dell’albergo.
L’escursione di oggi è stata…travolgente. Quasi 5 ore di cammino, di cui 4 di salita nel bosco pendenza 70%. IAKI AL GUINZAGLIO. Grado di difficoltà, mesner che scala l’everest. Percorso digestivo caratterizzato da un milione di micro pisciate, molte palesemente finte, e altrettante cacche. Quindi ferma, parti, scatta, inchioda, destra, sinistra, abbaia, fermo, partenza! sterzata, annusa, che odore è quello!! punta! scoiattolo-cane-ruscello…basta, mi viene tutto l’alfabeto. Io mi sono completamente ricoperta di peli e bava, dagli scarponi allo zaino, circa un minuto dopo aver messo piede in macchina. 8 soste per fare dieci kilometri (vedere foto di ieri…ma perchè cazzo non ho messo la rete!) e poi partenza. Elenco aggressioni:
-una signora di 70 anni in pieno sentiero, fatta cadere mentre guadava un ruscello
-20 cani
-se stesso in una vetrina e nello specchio dell’ascensore
-innumerevoli bambini
-tutti i cliclisti
-tutti i motociclisti
-trattori, carrozze con cavalli, gatti delle nevi senza neve
-una coppia felice che camminava
-tutti i minorenni, anche quelli vicino ai 18 anni
-gruppo di cavalli liberi in cui mi sono immersa per venti minuti legandolo ad un palo e dispensando pane al finocchio (ma basta!) a tutti…un momento stupendo, circondata da questi avelignesi che mi moridicchiavano lo zaino, la coda di cavallo, la felpa, i pantaloni…amore a prima vista. Iaki da lontano spostava la montagna di un cm al secondo dalla gelosia
-il prete della chiesa di questo paese reietto, che si è sprangato dietro la porta (ma…veramente volevo mettere una candela votiva..va beh)
Il bosco era magnifico. Ovunque ruscelli di acqua purissima, funghi gialli come monete cadute dalle tasche dei folletti, felci, pini e quel profumo inconfondibile di libertà e bellezza. Il tempo era coperto ed umido, ma mi piaceva. Mi faceva sentire avventurosa.
Ho la mano devastata dalla presa del guinzaglio.
Foto di oggi non ne ho molte…ero stremata e non mi sono portata dietro la macchina fotografica. Ne farò nei prossimi giorni. per ora queste.
Iaki appena sveglio (ore 6) che si stira protestando perchè per uscire a farlo pisciare mi devo infilare le scarpe

iaki che azzanna il suo vermone rosso (quello che gli porta i bocconi)

penosi autoscatti ravvicinati che mostrano chiaramente il suo grado di iperattività. Un secondo c’è quello dopo è sparito

grattini notturni (non so con che forza)

infine, io che faccio un solitario con ottomila barrette di cioccolato milka, contagiata dall’inarrestabile vita notturna di questo posto

Domani mi cambiano di stanza.
Uguale a questa ma al terzo piano. Ci sono i gerani.
Speriamo.
Saluti dalla mia Eminenza Tenar
(no, non è un cardinale…è QUESTA)
gaia
Wild mountain: l’arrivo
22 agosto 2010 alle 11:46 pm | Commenti disabilitati
Iaki dorme sdraiato su un’orrenda moquette color rubino ed io sono sul terrazzo.
Sempre che si possa definire tale.
Albergo e location si possono riassumere in una sola parola: una m****. posso giurare di aver scelto questo posto con la massima accuratezza, leggendo recensioni e guardando ottomila volte il sito, ma non è bastato. È una delle fregature più grosse che abbia mai preso. L’ingresso si trova sull’unica curva stradale ipertrafficata di tutta la valle, una specie di S da gran premio su cui sfrecciano 20 motociclisti al minuto con gran rombi di tuono (in trentino??). La camera ha solo una nota positiva: è spaziosa. Per il resto non assomiglia nemmeno alla sorella brutta di quella (costosa) che ho prenotato online. Il terrazzo ha la vista sulla funivia, così vicina che praticamente se mi sporgo la posso toccare con le mani. Vicino alla funivia, piloni della corrente elettrica ed una piscina patetica grande 1/16 di quanto appariva in foto, evidentemente scattata da un paracadutista o con un grandangolo illegale e spazio temporale, dato che sembrava larga come gardaland e lunga come tutto lo zoo safari. Intorno alla piscina c’erano frotte di bambini tedeschi e famiglia tedesche e altre cose tedesche che in generale non ho mai amato. Pietosi tentativi di rendere carino il metro quadro di erba intorno qua e là. Un putto in cartongesso, una specie di castagna di vimini con due cuscini (dovrebbe essere una specie di alcova dell’amore) e pochi fiori appassiti. La montagna? Certo, c’è. È tutta intorno. Io sono al centro di un cratere maligno a meno tremila metri di quota, al buio perchè il sole non arriva quasi mai. I massaggi li fa quello che fa anche il servizio bar e io sono l’unica con il cane, a parte una signora di 70 anni con suo marito.
In compenso sono già diventata lo zimbello dell’intero hotel (età media: 99 anni). Il viaggio è andato benissimo. Ho deciso di portarmi solo lo stretto necessario e lasciare a casa il superfluo, infatti come potete vedere dalla foto ho riempito solo i 2/3 della rav. Solo il cesto con le cose di iaki pesava una tonnellata, al punto che me lo sono portata dietro strisciandolo per terra. Ho fatto solo 10 soste in piazzole ed autogrill vari, perchè iaki là dietro si sentiva solo e voleva stare con me, con questo risultato:
cioè cane pericolosamente al volante che strisciava sulle valigie nel tentativo di raggiungermi. Ci prendevano in giro tutti, persino un tizio del trasporto cavalli.
All’autogrill sono stata trascinata letteralmente (i piedi non toccavano terra) su merde, pisciate, assorbenti, lattine vuote, resti di panino, pneumatici, angoli ed infine camion, perchè iaki ha pensato bene di inseguire gli autisti. Tutte le moto gli sembravano il postino della mattina, col risultato che laggù nel bagagliaio ha abbaiato per 2 ore su 3. alla fine esausta sono riuscita ad arrivare. Anche il check in è stato favoloso. Una vecchia (quella con la voce come un’interferenza) mi ha accolto alla reception con sguardo orripilato. Io, cane al guinzaglio completamente impazzito di agitazione che rantolava stretto dal collare a strozzo come se dovesse morire. Lo scusi, non è cattivo, solo nervoso. La vecchia mi ha guardato arcigna e ha detto “ahhh, cvesti novtsri amici kaaaaani”. Io felice le ho sorriso: allora le piacciono i cani!! e lei “no! Io hooodia kaaaaani!”. Mi accompagna all’ascensore (la mia stanza è a piano terra, si può essere più sfigati) e iaki si scopa tutto quello che incontra, incluso un vaso UGUALE a quello che stava all’ingresso della chiesa in cui si è sposata mia sorella (e che quindi costerà anche uguale), che è caduto rovinosamente. Adesso sta addebitato alla 303. non ho potuto lasciare iaki da solo nemmeno mezzo secondo, o piangeva come un nano. Mi segue dappertutto, persino in bagno, dove beve ogni 3 secondi dal bidet. Mi sembra di stare in un film colombiano, una sensazione mostruosa. Una cosa tipo io incinta che scappo da un ex fidanzato che mi vuole ammazzare. A cena sono arrivata agghindata come una principessa. Appena ho messo il naso in sala iaki ha visto un altro cane ed è impazzito trascinandomi dappertutto stile sci nautico e scatenando l’ilarità di tutti i presenti, specialmente della padrona del cane (odioso). Poi mi ha trainato sull’unica aiuola centrale, ha grattato via le poche primule schifose che conteneva, e ci ha fatto la cacca sopra. Hanno riso TUTTI. Il cameriere mosso da compassione mi ha riservato un magnifico tavolo in plastica sotto la luce attira zanzare nell’angolo più reietto del reietto terrazzo, e più precisamente quasi sotto la funivia e molto lontano da tutti gli altri, come se fossi in castigo. La cena è stata relativamente tranquilla e talmente sciapa da non farmi essere sicura del fatto che ci sia stata o meno. Quando è venuto a ritirare la vellulata di finocchio (cose che nemmeno all’ospizio), il cameriere mi ha chiesto” com’era?” . “al finocchio”, ho risposto io sorridendo. Un minuto dopo, essendo davanti allo sfiatatoio delle cucine, ho sentito che lo riportava ridacchiando al cuoco, che invece non ha riso per niente. Ah, qui si cena dalle 5 alle 7. se arrivo in ritardo non mangio più.
Ho soprannominato iaki guardia di porta perchè respira come sigourney weaver in ghostbusters, quando sta sdraiata sul letto posseduta da gozer il gozeriano. In realtà quando cammina sembra più il coguaro, e io lo scemo con i capelli unti che poi si metteva insieme alla segretaria jasmine.
Ora vado a letto. Qui danno temporale praticamente per sempre (che bello eh?) e i miei vicini hanno un bambino di due anni che frigna in continuazione, e di cui iaki percepisce la presenza (mangereccia) come se fosse un tartufo. Non c’è luna che faccia risplendere i cavi della funivia. Schiaccio “posta”, pubblico il racconto di questa giornata e vado a dormire a fianco del mio principe azzurro, o meglio bianco…e peloso.
Buonanotte.
gaia
Montagna_1
22 agosto 2010 alle 10:17 am | Commenti disabilitati
In partenza
21 agosto 2010 alle 11:14 am | Commenti disabilitati
In partenza, finalmente.
la mia valigia giace sul letto piena di 3 cose che userò e 450 che non tirerò nemmeno fuori. quella di iaki, un enorme cestone di plastica blu con sopra un osso (molto poco rock, lo so, ma l’ikea non offriva di meglio), è composta al 90% di kit del pronto soccorso (per gli altri) e al 10 di suoi effetti personali. ammesso che un cane possa averne. macchina fotografica in carica, come sempre, portatile con ditate di polpastrello sullo schermo lucidato. vecchio bastone del nonno per andare a funghi: non pervenuto. chissà dove cavolo si è infilato. avrei giurato fosse in quell’armadio laggiù, tra la valigia da deportato e la canna da pesca di mio padre, mai usata a parte quando mi ha portato a 7 anni a pescare un’acciuga nel lago di garda facendomi piangere per ore dalla tristezza. ricordo ancora la puzza delle esche, il sole pallido sul molo e lui che aveva appena comprato la canna e quindi DOVEVA pescare qualcosa, non importa chi, nè cosa, nè dove. ricordo questo minuscolo pescetto azzurro che abbocca e lui che esulta, e i riflessi delle squame nell’aria accompagnati da una pena infnita. ricordo “papà non voglio pescare più!”, una sgridata, e il micro pesce sulla tavola la sera portato da mia madre inorridita, talmente piccolo da sembrare una briciola.
comunque…
cerotti, pezze, lacci emostatici, cortisone, garze, disinfettanti, siringa e passaporto, per filarmela se davvero il cane ammazzerà qualcuno. in caso, voi non mi avete mai visto, il mio nome non esiste ed io non sono mai stata qui.
stanotte pensavo che la nostra generazione è stata piuttosto sfortunata. abbiamo passato abbastanza anni nel “prima” per vederne la bellezza ed immaginare come avrebbe potuto essere se fosse continuato tutto così, ma non ci siamo rimasti a sufficienza per goderceli davvero. quasi tutta la nostra vita è ancora spalmata nel futuro e per chi capisce cosa intendo avrà sempre il sapore dolceamaro della nostalgia. di quando non c’era tutta questa tecnologia, questa impersonalità. questo veloce scadere delle cose e delle persone. come se ogni cosa andasse a male in pochi giorni, a volte addirittura ore. un enorme frigorifero pieno di tutto ma dove quasi nulla lascia davvero un sapore che valga la pena. sono distruttiva, forse…non so. il fatto è che mi sembra sempre più di essere nata nel momento sbagliato, a cavallo tra due ere. una dalla dimensione ancora un po’ pulita, umana. e un’altra che percepisco come in accelerazione folle verso qualcosa che non sembra tanto bello. anche discograficamente è uno sfacelo. forse tra tremila anni i bollini siae datati 2010 andranno a ruba.
chiudo la valigia per riaprirla altre seicento volte, ma faccio sempre così.
chiusa, aperta, poi chiusa, poi aperta.
ripenso al ghiacciolo alla menta e a quando attaccavi le carte alla bici, per farti sentire di più.
gaia
ps. lo sapevo, le badanti sanno tutto quello che faccio..ho appena trovato QUESTO SUL TAVOLO DELLA MIA CUCINA :-/ non fatevi ingannare dalle apparenze..(ps. come vedete non mi invento proprio niente)

Cortocircuito
20 agosto 2010 alle 11:48 pm | Commenti disabilitati
Giuro che se oggi salta ancora una volta la corrente facendomi perdere tutto il lavoro che sto facendo al pc mi inkazzo oltre misura.
ogni venti minuti scatta e le badanti dal salone echeggiano con il loro verso stridulo in simil-ucraino “vado iooooooo mi scusi gaiaaaaaaaa vado io mi scusiiiiiiii”. ma cosa cavolo fanno giù. a parte ubriacarsi, intendo. tutte le sere si sbevazzano mezza bottiglia di un loro liquore fortissimo e poi ridono come delle deficienti sulla poltrona su cui una volta stava seduta mia nonna. non è che mi piaccia molto questa cosa. si mettono tacchi di 12 cm con le paillettes e ballano insieme sopra musiche orrende. nel guardaroba. sembrano elefanti luccicosi in una cristalleria. con gli occhi azzurri, un sederone enorme e delle pettinature talmente artefatte da sembrare finte. la sera prima del matrimonio di mia sorella, mentre stavo passeggiando in giardino, una di loro si è sporta dalla finestra (tasso alcolico 9 miliardi) e ha provato a farmi entrare per prendere lezioni di ballo da lei. la paura che ho provato è indescrivibile. a volte penso che un giorno ci uccideranno tutti. con la solita, sottile tattica russa, insidiosa e strisciante. forse hanno già cominciato. un lento avvelenamento.
cos’è che fa saltare la corrente? il forno in cui cuociono i loro polpettoni all’aglio? o le frittelle di burro cipolla e patate (leggerissime)? o l’agliata agliosa (quest’ultima me la sono inventata, ma quella sbobba si può chiamare solo in questo modo)? io sono una persona aperta. ma se con l’aglio e le danze mi fai saltare la corrente allora no, allora divento cattiva. che poi per entrare nelle mie grazie (sono l’unica in famiglia che le tratta male) mi portano a turno dei cibi immangiabili, e restano lì fino a quando non ho finito anche l’ultimo boccone tra mille finti “mmmmm che bontàààà grazieeee troppo buonooooo”. cose tipo rape pestate con origano, papavero e maionese. kili, di rape pestate. e poi cavoli in tutti gli odori del mondo. o parti animali irriconoscibili, fegati, budella, forse addirittura creste. “tu mangia!”, dicono. e io che mi ingozzo come quando vieni fatto prigioniero dalle tribù africane per paura che offendendole nella pentola ci finisca io. secondo me lo fanno apposta.
chissà se riuscirò a finire questo maledetto lavoro prima delle tre di notte. sto perdendo la pazienza.
nemmeno il capannone è più un posto tranquillo. ieri sono stata là a lavorare per 4 ore, di sera. per la via girava la solita gente. marocchini su biciclette sgangheratissime, signore cinesi dagli sguardi strani. una in particolare che si affaccia sempre dalla finestra quando entro, e mentre mi guarda muove la bocca ma senza emettere alcun suono. mi sono convinta che sia una maledizione. un po’ come faceva il professor piton ad harry potter durante la partita. una cosa così. nemmeno dentro il capannone si scherza, comunque. si sono fulminate quasi tutte le lampadine e appena sono entrata nella stanza prove mi è venuto un infarto perchè andrea aveva spostato il manichino bianco sull’angolo. tredici extrasistole di fila non hanno prezzo. accendetela voi la luce sicuri di non trovare nessuno, e beccatevi nell’ombra un uomo tutto bianco alto più di due metri e senza occhi che parla ad un finto cellulare. fatelo, e poi ditemi come si sta. come se non bastasse qualche giorno fa la mamma di andrea ha chiamato lì mentre nessuno di noi due c’era. beh, sostiene che le abbia risposto una voce tremula che diceva “gaiaaa e andreaaa nonnn ci sooono”, e poi ha riattaccato. lei sostiene di aver fatto il numero giusto e di aver chiesto solo di andrea. chi cazzo era? come ha fatto ad entrare? come faceva a sapere di me? sarà stato il fantasma del custode morto? o quello della nonna riva?
non ditemi che volo con la fantasia. anche le rondini se ne sono andate.
adesso lavoro. giuro. e poi mi guardo il b-movie su italia 1, una sconosciuta nell’ombra. inzia appena dopo chiamata da uno sconosciuto.
pare che su mediaset siano partite le serate a tema.
gaia
Ikea o Napoleone
17 agosto 2010 alle 9:16 pm | Commenti disabilitati
A volte sparisco.
se dovessi definire questo agosto direi assurdo. spiazzante. per certi versi un vero schifo. ho tirato fuori la felpa con il cappuccio. l’aria è fredda. c’è sempre vento. gli alberi non sanno più cosa fare, che stagione è. diventare verdi?seccare?perderelefoglie?farelegemme? la natura è confusa e assente. ed io con lei.
ma il vero schifo non sta nel tempo. sta dentro di me. non mi sento tranquilla. non mi sento serena. ho un’inquietudine color pece addosso, e anche qualche piuma, per fare ridere. a volte prendo la macchina e attraverso tutta la città soltanto per andare a svaligiare l’IKEA. a che pro? non lo so. cambiare. cambiare queste stanze. colorarle. fare finta di non stare più qui. se riesco a camuffare tutto in modo che non sia più casa, ma altrove…
ho comprato tappeti, piante grasse, vasi, cuscini, cose per il bagno, stuoie, stoviglie. assolutamente niente che mi servisse davvero. ho preso anche un biscione per iaki. ecco, l’unica cosa sensata. ci ha fatto l’amore 60 volte in due giorni. sono stati soldi ben spesi.
arrivo con la mia smartina, odore di freni e velocità assurda, e cerco parcheggio con l’impazienza di un calabrone. ma che cazzo ci fa sempre tutta quella gente all’ikea? e soprattutto perchè ci deve andare con i bambini? con i passeggini? con i gemelli? non li sopporto. mobili e bambini, o bambini sui mobili, o bambini che rompono mobili. ci sono persino i parcheggi per le famiglie. ma cosa vuol dire? solo perchè uno ha il passeggino deve avere lo spazio riservato? te lo sei cercato tu, caro. e te lo porti pure all’ikea dove gente singola e poco ingombrante come me sta cercando delle cose per far finta che casa sua sia la casa di un altro. è tanto difficile da capire? così per dispetto ieri ho aspettato mezz’ora che se ne liberasse uno. di posto per famiglie, intendo. il papà ha caricato tutto con estrema calma, fottendosene allegramentre del fatto che stavo dietro con le quattro frecce. la moglie, orrenda, mi guardava arcigna dal sedile davanti. alla fine ho parcheggiato, con grande soddisfazione, proprio davanti all’ingresso. nemmeno un passo e un altro macchinone da dietro mi fa segno. sarebbe per famiglie!, grida un tizio con un sorriso dal finestrino. chissenefrega!, rispondo io con lo stesso sorriso. il suo sorriso va via. chissenfrega un corno!, mi corregge. ah perchè lei è una famiglia?, chiedo. lui indica i sedili dietro. i vetri sono oscurati, si vede pochissimo. mi avvicino. tre mocciosi. mi spiace, rispondo io. sono incinta. non guardo nemmeno l’espressione che fa, giro i tacchi, tocco ferro ed entro. famiglie. famiglie dappertutto. non solo, famiglie dappertutto all’ikea.
ovunque poi ci sono quelli con i carrelli giganti che non hanno la minima percezione dell’ambiente intorno a sè. si piazzano esattamente in mezzo alle corsie e rimangono lì a fissare il vuoto, o enormi scaffali pieni di simboli e misure con la faccia allucinata. non sentono nemmeno i mi scusi, permesso, mi fa passare. sono sordi, una specie di estasi mobiliare. rispondono solo allo spintone, o alla speronata. quando hai il carrello anche tu. la mia tenuta da ikea è tuta, occhiale da sole oscurantissimo, cattiveria (allontana i bambini), scarpe da ginnastica e fretta. molta fretta. è la chiave di tutto. avere fretta all’ikea vuole dire riuscire a seminare la massa, a superare i punti d’ingorgo. così puoi uscire in meno di un’ora piena di cose che non servono obiettivamente a un cazzo. e sei anche contenta perchè “dai, non ho speso tanto”.
sono piccole cose. cose che faccio per non pensare a cose più serie. fatto schiaccia fatto, mi dico sempre. che poi non è vero. ogni fatto genera un problema e si mettono tutti in coda come biglie su un pallottoliere. e non ho ancora imparato la lezione. la mia fila di biglie fa trecento volte il giro della terra e torna indietro. bel metodo del cazzo.
a volte però non vado all’ikea. a volte frugo tra i vecchi libri dei miei antenati. questa casa nasconde cose da non crederci. ad esempio ieri ho trvato un mini libricino con le massime di napoleone. è rivestito in cuoio rosso e così vecchio che se non sto attenta la carta mi si spacca tra le mani. mi sono sdraiata e ho dato un’occhiata. chissenefrega di napoleone. però…leggo alcune frasi e mi convinco. che avesse il mio stesso carattere. di credere nelle sue stesse cose. leggo:
“io ordino, altrimenti sto zitto”
condivido appieno
“in amore, la sola vittoria è la fuga”
sottolineo, superapprovo e sottoscrivo
“soltanto quello che uno fa da sè, è fatto bene”
non c’è bisogno che la commenti.
insomma, dopo 5 minuti ero dritta sul letto con le antenne all’insù. ci saranno poster di napoleone, mi stavo chiedendo a mente. forse al barbanzè. ma figurati. ma chi cavolo li tiene i poster di napoleone. e poi non so nemmeno bene cos’ha fatto. mi devo documentare. è un grandissimo.
poi la svolta. arrivo al capitolo massime sulle donne.
e leggo, esattamente a chiusura della sezione:
“le donne devono fare la calza”.
punto.
e poi spazio.
se non ci credete, pagina 24 di napoleone “giudizi e pensieri”. edizione preistorica.
ci sono volte in cui anche l’ikea non sembra fare poi tanto schifo.
gaia
Lo stomaco disperato
10 agosto 2010 alle 10:30 pm | Commenti disabilitati
Stasera mi sento una rosa appassita.
una di quelle messe a seccare sul comodino, che sono diventate scure e senza profumo ma non si rassegnano a svanire. la casa è vuota. i miei sono partiti da tre giorni, mia sorella si è trasferita nel suo nuovo stupendo appartamento. restiamo io, iaki, la mimì e ovviamente, in qualche meandro del piano di sotto, mia nonna e le due badanti, che hanno la straordinaria capacità di essere tutto il giorno tra le palle nonostante io faccia di tutto per evitarle. la via è completamente deserta. se ne sono andati proprio tutti. tutti tutti tranne me. io sono sempre qui, nel mio studio con le inferriate alle finestre, una specie di raperonzolo post-moderna, con cenni depressivo-filosofico-femministi e una treccia un po’ più corta a cui non si aggrappa nessuno. se adesso fossi la metà gaia coraggiosa prenderei la macchina e andrei in un’altra città, a dormire in un albergo. adoro viaggiare di notte e non ho sonno. mi sento agitata. vorrei prendere e andare, tanto la carta di credito ce l’ho. sentire l’autostrada sotto di me, i kilometri che passano, la lunga linea bianca che mi porta lontano. ma qualcosa mi blocca. è quel maledetto senso di responsabilità che mi hanno appiccicato addosso…quella fifa che mi impedisce di essere rock come è la mia anima dentro, dentro dove nessuno può arrivare a vedere davvero. la fifa che succeda qualcosa di brutto se fai un cazzata, se non avvisi, se rompi gli schemi della tua famiglia. se ti assenti, ti allontani senza dire nulla, fosse anche solo per una notte. mi hanno insegnato fin da piccola a temere i disastri improvvisi, le sciagure legate alle partenze. non si partiva mai se tutto non era stato sprangato e si chiamavano i nonni 10 volte al giorno per sapere se stavano bene. l’unica volta in cui mio padre ci ha portato in camper per più di una settimana mio nonno ha avuto un infarto (da cui per fortuna si è ripreso) e questo, nella mia testa di bimba, mi ha confermato che quello che temevano i miei genitori era vero, e che dietro ogni viaggio o ogni esplorazione c’è qualcosa di brutto che aspetta di accadere. non voglio fare la vittima. i miei genitori sono state e sono persone eccezionali. ma le persone eccezionali, proprio perchè sono tali, possono commettere grossi errori con i bambini. le persone eccezionali sono molto pericolose. mia madre, un angelo letteralmente, quando disobbedivo faceva finta di avere un infarto. si buttava a terra come se dovesse morire e con un filo di voce mi chiedeva di portarle un bicchierino di martini. io correvo al frigorifero e nemmeno lo sapevo cos’era il martini. sapevo solo che aveva un odore fortissimo e che dovevo fare presto. poi passavo il resto della giornata a spiarla dalla tromba delle scale per vedere se respirava. ovviamente lei si faceva i gran fatti suoi, quando pensava di non essere vista, ma a me restava la paura di aver quasi ucciso la mamma a causa della mia stupidità. ecco, ci sono errori che uno compie certamente senza volerlo ma che…dio santo, lasciano ferite profondissime…e ti cambiano, anzi, ti formano, ti fanno diventare un essere umano pieno di buchi da cui esce forza, determinazione, ottimismo, per cui ti sembra che te ne rimangano sempre di meno. è qualcosa che poi è faticosissimo cancellare, anche se senti di essere nata con una radice avventurosa.
per questo non parto. perchè non sarebbe come immagino. la mia natura selvaggia ed impulsiva ne ha un’altra, opposta, conservatrice e timorosa, che è sempre in contrapposizione. come se fossero due gaie che tirano una corda. qualcuno una volta ha detto (credo fosse kennedy, ma non sono sicura) che un artista è una persona che ha nella testa due idee completamente opposte fra di loro ed è capace di credere contemporaneamente ad entrambe. quando ho sentito questa frase ho pensato che non esiste definizione migliore per me. questa è stata anche la conclusione del mio psichiatra-dormiente: il conflitto. il contrasto senza mezze misure che io ho in tutto, in ogni sfaccettatura di me. gaia non può andare a roma alle 10 di notte perchè gaia sa che è una cosa gravissima anche se fortissimamente la vuole.
sono anche triste per un’altra cosa. l’altroieri per la prima volta mi sono scontrata con andrea su una canzone. intendo dire che per la primissima volta lui non è convinto di qualcosa che invece convince me al duemila per mille. che non è convinto di una cosa che io ritengo tra le cose più belle che abbia mai scritto. non era mai accaduto prima. tutte le sue perplessità mi hanno sempre trovato abbastanza d’accordo, così com’era al contrario. succedeva con parti di cui io stessa percepivo l’attaccabilità, perciò non mi costava più di tanto cambiare direzione. ma questa volta…questa volta siamo agli antipodi. la cosa mi ha così sorpreso, quasi distrutto, oserei dire, che non ho più voluto sentirlo per qualche giorno. ora è in liguria ed io ho il telefono staccato. ho avuto una reazione esagerata, lo so. me ne rendo conto. ma è stato come se all’improvviso mi fossi accorta che non siamo più sulla stessa lunghezza d’onda, sullo stesso filo sottile che ci faceva piacere le stesse cose e creare così bene insieme. ha offeso qualcosa che per me è di una preziosità unica e questo mi terrorizza. non perchè non lui non accetti che io lo faccia lo stesso, anzi. ma perchè avverto come la fine di un’alleanza. perchè mi chiedo cosa sia giusto fare, perchè non so fare qualcosa, musicalmente, che lui disapprova. e allora mi dico, ha ragione gaia, o ha ragione andrea? lo so, è tragicomica come storia, suona veramente esagerata. eppure mi sono inkazzata come una vipera, l’ho sbattuto fuori, e tuttora quando ci penso mi sento lo stomaco disperato. sì, sapete…lo stomaco disperato è quello sgrisolo tremendo che ti viene all’intestino quando ti ricordi di una cosa brutta a cui non puoi porre rimedio…e magari l’avevi metabolizzata per ore fino a quando pensandoci e ripensandoci non ti faceva più poi quest’effetto, ma se ti ritorna in mente dopo un po’ che fai altro ti fa male come prima.
ho lo stomaco disperato perchè ho iniziato a scrivere canzoni che forse piacciono soltanto a me stessa.
gaia
:)
9 agosto 2010 alle 12:55 pm | Commenti disabilitati
Mamma mia…ma qualcuno di voi se lo ricorda??
“Papà” – special’s lyrics
7 agosto 2010 alle 12:20 pm | Commenti disabilitati
…
“La palla, la terra, le mani, la guerra, maggio, il destino, il topo dei denti
La pace, i giganti, le carte da gioco,
Papà perché il mare è salato?
Per far stare a galla magari? I cani han la vista a colori?
Ma l’uomo nero è sporco o cattivo davvero?
La mamma, il motore, la morte, l’amore, le bolle che scoppiano in mezzo al sapone
Il vento, la zebra, il sole che acceca, il neo, la conchiglia, una stanza segreta
Papà che vuol dire mentire?
Cos’è questo rumore?”
…
[Gaia Riva - Papà - special - coming soon]
Megafono che
7 agosto 2010 alle 11:14 am | Commenti disabilitati
Un’altra mattina di sole di anomalo freddo, e io sto uscendo a comprare un megafono.
un megafono? sì, un megafono. i pezzi del disco ormai ci sono tutti, e sono davvero fantastici a nostro parere. la settimana scorsa è venuto da londra il batterista che aveva suonato su My Arms quando eravamo stati ad Oxford a registrare, lui è questo. gli ho messo l’appartamento al lago a disposizione per tre giorni, era entusiasta. chiamarlo è stata una scelta davvero azzeccata, lui è fenomenale, davvero bravissimo e con una creatività straordinaria. merito di andrea questa volta, che è sempre attentissimo alla sezione ritmica ed ha insistito per avere lui nel disco. non l’ho mai visto tanto entusiasta di un batterista. l’altro giorno mi ha chiamato dal capannone e mi ha detto “ti rendi conto che sto ascoltando le tracce di batteria su Papà e ce ne sono almeno 3 di cui non cambierei niente dall’inizio alla fine??”. detto da andrea fa spavento. lui è una tigna in queste cose.
ora entrerò in studio per incidere prima i potenziali singoli, e poi il resto dell’album. voglio avere tutto pronto per l’inizio di ottobre.
tornando a me, alla mattina di sole e di anomalo freddo e al megafono. mi serve perchè l’ultima canzone si intitolerà “megafono che”. sono particolarmente fiera di aver inventato il verbo megafonare, che sono certa entrerà prestissimo nel gergo comune, del tipo “hai capito o no? te lo devo megafonare?” oppure “ti megafono che se me lo dici un altra volta non rispondo di me”. chiamiamolo neologismo. il testo comunque è molto intelligente. cercavo una canzone felice, e invece ne ho trovata una malinconica. ma mi piace l’attrito tra certe parole, il mezzo e la base. è particolare. già mi vedo la faccia di emilio appena saprà che la voglio incidere col megafono vero davanti al suo prezioso microfono da migliaia di euro. quando me lo sistema davanti alla bocca sembra che stia toccando la sindone, con le dita tutte aperte a farfalla per essere più delicato… “tòchel mia! (non toccarlo)”, mi dice…poi va al mixer e io con violenza me lo sistemo da sola mentre non vede.
non vedo l’ora di avere il megafono tra le mani. ho anche disdetto il parrucchiere perchè non era la mia priorità. la priorità è andare a comprarmene uno ADESSO (ma dove si compra? su internet no, lo voglio subito) e andare al capannone a lavorare sul pezzo. prima. dopo, voglio godermelo per bene nel cortile, gridando a tutto volume cose tipo “arrendetevi! crrrcfs. siete circondati. crrrrcfs. uscite lentamente con le mani dietro la testa. crrrcfs”. fantastico…magari metto anche andrea sul terrazzo del capannone a fare il finto criminale. “ehi tu sul cornicione…crrrfs. non te lo ripeterò una seconda volta …crrfs”.
ora che ci penso, considerata la zona, come minimo dai condomìni usciranno quelle 300 persone di colore con le mani dietro la schiena, armi nelle tasche e roba di contrabbando, e io resterò come una cretina davanti al portone con la mia coda di cavallo, il mio megafono e i pantaloni dimensione danza sotto il loro sguardo omicida. “va bene grazie mille, potete rientrare. crrrfs. era un’esercitazione. crrfs”.
a pensarci meglio, forse dovrei prendere qualche precauzione.
gaia
ps. andrea stamattina mi ha detto: “sono sicuro…che tu hai la malattia di benjamin button”
:D
Giovane Marmotta
6 agosto 2010 alle 11:21 am | Commenti disabilitati
Mi ero ripromessa che stamattina vi avrei parlato di come procedono i lavori, ma alla fine succede sempre qualcosa che mi spinge a parlare di scemenze piuttosto che degli aggiornamenti.
sarà che anche il mio editoriale interno, ad agosto, è un po’ sbilenco.
comunque la giornata non poteva iniziare in modo migliore: sono finalmente riuscita a portare in salvo una specie di mantide-grillo non ben specificata che si spostava da una parte all’altra del mio appartamento da tre giorni. è una specie di cornetto verdissimo e croccante con antenne lunghissime e zampe lunghissime e sottilissime, e vola (oltre a camminare). la prima volta che l’ho vista stava sulla tenda del bagno e io stavo facendo il bagno. io amo gli animali, ucciderei per loro, ma le cose che possono volare e saltare all’improvviso non è che proprio mi lascino tranquilla. così ho fatto il bagno leeeeeentissimamente, con gesti mooooooolto cauti, tendendola d’occhio più o meno così 0_0 e sperando di non rientare nel suo campo visivo (sono uscita anche piena di schiuma, ma azionare la doccia era impensabile). poi si è spostata sopra il wc (sempre in posti comodi, eh), sul soffitto, nel gardaroba, dietro il computer e poi l’ho persa di vista. ero tutta contenta immaginando che fosse andata via da sola e invece stamattina era di nuovo là, sul muro bianco, bene in alto. così ho deciso che doveva essere liberata, anche perchè cosa cavolo mangia? la paura del croccante-salta-vola-zampe filiformi però non mi era passata, così…beh, non ditelo a nessuno, ho assunto la seguente tenuta da battaglia: scolapasta in testa, per coprire i capelli (orrore se ti si impiglia) – occhiali da sole, per evitare salti dritti nell’occhio – scopa allungabile per farla spostare – libro/scudo da usare per proteggersi dagli assalti. una scena che nessuno pischiatra al mondo avrebbe saputo come giustificare. ci ho messo 30, e dico 30 minuti a farla atterarre su una superficie piana non troppo in alto che mi permettesse di incapsularla nello scolapasta e passarci sotto un foglio, in modo da poterla portare in giardino (mia tecnica collaudata per salvare orribili ragni). nella colluttazione mi si è anche rovesciato addosso tutto l’appendiabiti, probabilmente come punizione per aver schiaffato lo scolapasta su Gesù Cristo (non è colpa mia, ci si è appoggiata sopra lei…e per inciso non è mio quel crocifissone).
alla fine però ce l’ho fatta. perchè sono così felice? perchè appena l’ho depositata in giardino al sole si è aggrappata ad una specie di piantina rigida alta come un filo d’erba e con dei mini fiorellini e se li è succhiati tutti con le antenne che vibravano di soddisfazione. stava morendo di fame. e io l’ho messa proprio sul cibo. mi sento una giovane marmotta, il gran mogol mi darebbe la medaglia di salvatrice di insetti croccanti.
anzi, mi sento più come lui:
gaia
ps. questa è la scena appena descritta secondo jan alexander corsini (fatto con disegnaconme) :D … ma quanto siete fighi? :))
Un anno anomalo
5 agosto 2010 alle 2:33 pm | Commenti disabilitati
Questo è un anno anomalo.
l’inverno è durato 8 mesi, non c’è stata la primavera, l’estate sembra essersene già andata (almeno qui) ed io per la prima volta da anni ho prenotato una vacanza.
non andrò in camere sull’oceano con vista aragoste, non farò viaggi intercontinentali, non mi ammazzerò di feste anni ’80 in corsica o in sardegna e nessun albergo di lusso vedrà mai la mia faccia. le vacanze di quest’anno (anzi, degli ultimi 4) consistono in una settimana in val passiria, montagna, con il mio cane. ho cercato di pensare a quale fosse la situazione più adatta a farmi staccare la spina. di certo non il mare, salino, confuso, rumoroso, internet-dotato. non il lago, depression mode on, invaso da tedeschi con le ciabatte e pessimi spaghetti. non un viaggio, bello ma stancante e di sicuro pieno di privazioni. la scelta perfetta è arrivata semplice e naturale, perchè è alla mia natura, e alla mia infanzia, che ho guardato per decidere.
montagna.
boschi, sentieri, escursioni, ruscelli. animali. pini, terriccio, segnali sulle cortecce, temporali improvvisi, regole del bravo montagnino: accucciarsi quando ci sono i fulmini, non mangiare funghi che non si conoscono, non bere dai ruscelli, in discesa procedere a zig zag, su piste non tracciate lasciare dei segnali meteo-resistenti. e poi, il cane. per rendere il tutto più avventuroso. perchè mi difenda dalle bestie feroci (ma ce ne sono?), scondinzoli quando si inizia una passeggiata, e per soddisfare la mia passione per il rischio. iaki infatti non lecca, coccola, segue e obbedisce. lui morsica, uccide, attacca e disapprova. mi piace, questo cane.
la mia prenotazione è in un maso tipico trentino, in una stanza gigantesca di quelle classiche, con il legno chiaro e un bagno enorme in cui lavandino, water e bidet sono concentrati (ma perchè) in 10 mattonelle, e tutto il resto è vuoto. la signora parla un tedescoide italianato e al telefono assomiglia a una specie di registrazione della seconda guerra mondiale, di quelle che si intercettavano per sbaglio via radio (e se le sentivi eri morto). pare che i cani siano ammessi anche nelle stube dove si mangia (poveri loro) e nessuno ha specificato che il cane debba essere piccolo, o educato, o sicuro. il mio non è nessuna delle tre cose, ma la legge è dalla mia parte. spero solo che non si avverino le minacce di mia madre, che da giorni mi insegue gridando che finirò in galera per sempre con un bambino sbranato sulla coscienza, che avrò la vita rovinata, che un vecchio cadrà e si fratturerà il femore e poi morirà tra atroci indennizzi, e altre scene orribili da B-movie americano o spagnolo.
non capisco perchè sia tanto difficile approvare il senso di avventura di una figlia. non siamo tutti uguali. a me per esempio non va di andare in spiaggia a scottarmi sotto il solleone in mezzo a culi di bimbi, di mamme, coccobello, palette ed i-pad (disapprovo tutta questa tecnologia. in radio ieri notte ho sentito una frase meravigliosa in proposito: “e ora dove metteremo a seccare i quadrifogli?”). non mi va di andare alle feste postando le foto della bella gente su facebook dall’iphone (anche perchè ho ancora un nokia 5110 senza copri batteria) e non mi va di mettermi la protezione 90 e la maglietta e scottarmi lo stesso se oso affacciarmi da sotto l’ombrellone. io voglio natura selvaggia, percorsi vita, sottoboschi da studiare come se non l’avesse mai fatto nessuno. dettagli, silenzio, profumi buoni della mattina. poche persone che camminano nella direzione opposta alla tua e ti fanno solo un rapido cenno, desiderosi anche loro di finire di nuovo lontano da te. e poi il muschio per sapere dov’è il nord, fingendo di non vedere le tredicimila frecce di legno agli incroci, il tempo segnato delle camminate, che sembra sempre miusrato da un novantenne, il meteo imprevedibile e la montagna che ti insegna ogni volta qualcosa.
ad andartene, a ritornare, ad essere spietata o compassionevole, a vivere o morire.
è la prima volta che non vedo l’ora di fare una vacanza.
questa cosa mi agita.
gaia
27 luglio 2010 alle 2:28 pm | Commenti disabilitati
http://www.gaiariva.it/disegnaconme
Le ultime 3 case
26 luglio 2010 alle 12:11 am | Commenti disabilitati
Stanotte la luna mi ha sorpreso.
nel cielo nero di dieci minuti fa, mentre tornavo in macchina dal lago. stronza, puttana, potente. e gialla. è spuntata da poche nuvole nere incendiate dalla sua luce. spostatesi per farla passare. aveva un forma imperfetta. nè rotonda, nè a falce. una specie di macchia sporca. magnetica. stava sopra la vecchia birreria chiusa, come in certi cartoni animati. la birreria mangiata dall’edera e dalle foglie e dalla ruggine, quella che sembra un vecchio ospedale, con i muri di pietra, il tetto spiovente, le porte di legno con le facce e le terrazze sgangherate in ferro battuto.
è ritornato anche il vento. spazza le piante, spazza le cose, spazza le nuvole ma la luna no. non sono contenta di me stasera. ma quando mai lo sono? spietata mietitrice di me stessa. che non sono altro. non avendo sigarette mi fumo le dita. sento la stessa nicotina, la stessa sensazione di sporco sollievo. se mi concentro. sono una fottuta solitaria, che ama la notte e la odia, come succede in ogni maledizione.
se solo non avessero trasformato le mie case in posti da ricchi. le uniche tre case mangiate dal tempo che restavano qui, dove ho sempre immaginato avventure fantastiche e spaventose. adesso le hanno ammazzate. tutte ridipinte, decorate. i soliti fregi bonton, le balconate bianche. qualche ricca signora dietro le tende che guarda fuori bevendo caffè. la gente non capisce che le vecchie case sono tutto quello che resta a certi sognatori per immaginare le proprie storie. quelli come me, che escono in macchina di notte, che osservano le cose fino a bucarle. ci hanno tolto quasi tutto, qui a brescia. tutto sta diventando moderno. e pulito. e perfetto. e io mi annoio, e sospiro quando vedo la luna sopra qualcosa di vecchio. come la birreria. e con la fantasia ci metto dentro fantasmi di persone, e stralci di storie, e vecchi baci d’amore, e lamentosi lamenti, e dolcissime redenzioni, e facce, lenzuola, verginità perdute, e così all’infinito fino a quando finisce lo spazio e avrei bisogno di un’altra casa per continuare a inventare. ma non ce l’ho. l’ultima è caduta qualche mese fa. era circondata da una giungla fittisima e aveva una torretta dove ho sempre pensato sarei finita a scrivere un libro dal finale talmente dolce e disperato che avrebbe cambiato il mondo. il cancello non si vedeva nemmeno più. aveva una stanza esagonale su un angolo del piano terra, sulla sinistra. un salotto, credo. o un giardino d’inverno. mi hanno sempre spaventato molto i giardini d’inverno. le persone che li hanno non sono normali.
adesso? la casa è morta. per loro è rinata, per me se n’è andata. i muri hanno gli unici tre colori che piacciono agli architetti. giallino, rossino, bianchino. il prato è rasato. le piante cadute. ogni tanto c’è una bmw parcheggiata davanti alla porta, con dietro una bicicletta da bambino. la nuova famiglia, forse. le finestre sono ancora chiuse, perciò non so se l’esagono è davvero un salotto. o un giardino d’inverno. ma credo che anche se lo fosse non lo sarà più. nessuna persona con la bmw potrebbe volere un giardino d’inverno. nessuna sarebbe capace di capire quanto possa essere struggente.
e la torretta. quella c’è ancora. non è stata toccata. secondo me nemmeno lo faranno. la terranno così, chiusa. per spaventare i bambini ad halloween con qualche storia noiosa. o per metterci la roba vecchia. non credo mi pemetteranno di scrivere lì. nemmeno se dovessi pagare. “devo scrivere un libro, sapete”. “un libro dal finale disperato”. “sì, mi serve la torretta. la stanza in alto, per l’esattezza”. “no, non passerei da voi per uscire. posso usare una scala”.
perchè a volte mi sembra che la luna rida di me?
gaia
Perfetta inquadratura
23 luglio 2010 alle 10:03 pm | Commenti disabilitati
Questa giornata faticosa finisce con la mia bocca che fa l’amore con un (piccolo) magnum, quello al doppio caramello.
è successo circa 5 minuti fa.
ero così nervosa che non ho cenato. o meglio, ho mangiato tutto quello che non è fatto per comporre una cena normale, senza un ordine logico. pezzi di pane avanzato, maionese direttamente dal tubetto, un kinder choco fresh, due fette di prosciutto. di fatto non mi sono seduta a tavola. è accaduto tutto davanti al frigorifero. perciò sì, credo di poter dire con una certa sicurezza che non ho cenato. la cena è un’altra cosa. è uno stereotipo ben preciso ed io per stasera ne sono rimasta fuori.
gadget (quelli che avrei dovuto distribuire al PWI) consegnati oggi nella mia giornata di volantinaggio a milano: 3.
ho scoperto che come volantinatrice faccio semplicemente pietà. veramente.
milano oggi era insopportabile. autostrade intasate, incidenti, un caldo pazzesco, traffico impazzito, motorini ovunque, la gente con la testa e le cosce per aria, millemila lavori in corso, nessun parcheggio, orde di turisti e polizia dappertutto. ztl, ecopass, traffici limitati, zone chiuse. io avevo la mia bella cartina plasticata in mano, convinta che come al solito il mio senso dell’orientamento si sarebbe mangiato la città, e invece sono quasi impazzita. ad ogni secondo di ritardo al semaforo ti suonavano da dietro (ok, lo confesso, lo faccio sempre anche io, però stavolta non ero io che avevo fretta cazzo) per cui tra il cercare le vie sulla cartina/ nella testa/nella realtà/senso unico/vigile/cantiere/bicicletta ho rischiato davvero la crisi epilettica. in più sono rimasta a secco con la smart, perchè a milano si trova un ristorante cinese ogni 100 metri e un benzinaio ogni 80 kilometri. però sono rimasta a piedi a bastioni di porta venezia e per fortuna, e dico fortuna, sull’altro lato della strada c’era una stazione self service che mi ha rifiutato la prima carta, poi la seconda, poi i contanti stropicciati e che alla fine ha inghiottito il mio bancomat (l’unico che non volevo usare perchè attinge al mio misero conto) e succhiato gli ultimi 50 euro del mese. vaffanculo.
c’erano più di 30 gradi e giravo sulla smartina rossa, vestita di rosso pure io, con i miei gadget rossi (350), distribuiti in due valigie di cui una rossa e una sacca da tracolla. ho provato all’istituto di design: non c’era un’anima. poi all’accademia di brera: non c’era un’anima. solo qualche giapponese (i soliti, quelli che allegano a certe macchine fotografiche della nikon come gadget) e una signora cattivissima che faceva le pulizie vicino alle aule deserte con il secchio e lo straccio. sembrava la tizia dei goonies, quella della banda fratelli. mi ha lanciato un’occhiata come per dire “oggi serviamo LINGUA” e io ho spostato lo sguardo su un cartello che diceva cercasi donna per nudo integrale scopo esercizio ritratto pago 10 euro l’ora (che affarone…) massima serietà. sempre meglio della lingua, comunque.
ho vagato per venti minuti in questa costruzione bellissima e vuota in cui niente, ma proprio niente ricordava ingegneria. le porte delle aule erano tutte di legno vecchio. i muri erano sporcati da disegni. la bacheca degli annunci era disordinata. le macchinette per la coca cola erano rumorose. la signora delle pulizie (quella della lingua) puliva male. ho pensato a come sarebbe stato se avessi deciso di studiare lì. ho letto le sessioni d’esame. figura dell’anatomia umana (o qualcosa del genere). affresco. storia dell’arte medioevale. mi sono ripromessa che a settembre, quando riapre, vado a seguire qualche lezione. quello che ho visto mi è piaciuto.
insomma, è luglio e non ho trovato nessuno a cui dare questi gadget maledetti.
nessuno di adatto. è per questo che dico che sono una mezza sega nel volantinaggio. perchè alla fine ho deciso che li avrei distribuiti attraverso il finestrino girando con la smart. molto più comodo. e con l’aria condizionata. li avrei allungati ai ragazzi che mi sembravano adatti con la frase “auto-promozione”. più vero di così…
morale: non ne ho dato UNO. ve lo giuro. nessuno mi sembrava quello giusto. quello è certamente straniero. quella ha gli auricolari. quella…mmm no, sembra di fretta. ecco questo!…cazzo, troppo veloce. questo è troppo vecchio. questo è piccolo. questo parla al cellulare. questa secondo me si mette a gridare. quello per me non ha senso dell’umorismo. quello odia disegnare. questo odia le donne. questa…questa è perfetta!! ma cazzo, mi suonano da dietro, devo ripartire. quelle sono in gruppo adesso le becco…ah no, sono di una gita. lei sembra arrabbiata. a lui piace la musica classica si vede dalla giacca. quello mi pare del comune. questo mi odia di già.
per tirare le somme, una cosa come 380 profili psicologici in real time, e nessuno, dico nessuno, è riuscito a superare l’esame “è una potenziale persona a cui io posso dare sto cazzo di inutile gadget?”
perciò ho capito che o ero bravissima come profiler dell’F.B.I., che non è cosa da poco, oppure facevo veramente schifo non solo come profiler dell’F.B.I. (cosa probabilissima), ma ancora di più come volantinatrice. nemmeno l’autoipnosi “basta!! adesso spengo il cervello e ne do almeno uno cazzo! uno! uno per non essere venuta qui invano”, ha funzionato. A-NES-SU-NO.
mi riavvio mestissima verso l’autostrada con la macchina che pesa esattamente come prima, non un gadget in meno. e mentre penso che non merito queste cose e che non è giusto e che dovrei essere nell’olimpo delle star e altre cosa da vittima poverella vedo il parco e accosto. in lontananza, TRE PANCHINE VUOTE. folgorata. che OPPORTUNITà INCREDIBILE. che STRAORDINARIA, EFFICACISSIMA, VIA VERSO IL SUCCESSO. pago troppi euro al parcheggiatore marocchino (tieni il resto ma lasciami sulle strisce-si si sei un’amica!) e mi avvio furtiva al viale. non sembra esserci nessuno al momento. e così, lo faccio. NE ABBANDONO TRE. uno per panchina. tutti inclinati di 45 gradi come un bravo ingegnere, in base alla riflettenza del sole etc. in modo che spicchino. poi mi do alla fuga come se avessi ucciso un politico. scappo in mezzo agli alberi e mi nascondo dietro un cespuglio. sono eccitata come una perfetta cretina, mi sembra di avere 8 anni (e forse li ho). passa qualche ragazzo che corre. tutti lanciano un’occhiata alle bustine, ma nessuno si ferma. uno si gira “ecco, l’ho fidelizzato!”, penso. “farà un disegno e mi comprerà il disco!”. invece no. decide che non ha senso e prosegue. e poi loro. due ragazze e un ragazzo che ridono e scherzano. non sento cosa dicono. li vedono. parlottano, li prendono in mano. E SE LI PORTANO VIA. in quel momento avreste giurato di vedere un cespuglio fare un saltello per aria. ero io, io dentro il cespuglio, che facevo un evvai leggero come tre gadget PWI. dieci minuti dopo in macchina penso che quando non sono lucida ci vuole davvero poco per farmi felice.
alle 18 riesco a tornare a casa, partendo damilano alle 15. arrivo isterica, spossata dalle strombazzate dei camionisti bavosi, dalle code, dal sudore, dalla sertralina. appena in casa scoppia un uragano. vento fortissimo e una pioggia che sembra doccia, veloce, piena e fragorosa. Temporale!, penso. ci metto mezzo minuto. infilo la nikon in un sacchetto per le cose congelate, faccio un buco sull’obiettivo e corro in giardino a piedi nudi pestandomi tutto l’orlo dei pantaloni. voglio farmi una foto-temporale. l’acqua è ghiacciata e mi sembra di morire, due passi e sono fradicia nera. mi butto per terra a pancia in giù nel prato, parte l’autoscatto. non ho tempo per una seconda prova, sta venendo giù il mondo. rientro in casa che sembro una tinca, quelle che facevano in provincia di iseo nella teglia con un sacco di burro e per cui mio padre avrebbe fatto un sacco di kilometri anche a piedi.
la conclusione di una giornata perfetta non poteva che essere una perfetta inquadratura.
gaia













































